«Me l’aspettavo? Ha attaccato persino il Papa...». È lo sfogo di Giorgia Meloni raccolto dai fedelissimi che le hanno parlato in queste ore tribolate, quelle del crollo dell’immaginario “ponte” tra Ue e Usa. La presidente del Consiglio, suggerita da Giovanbattista Fazzolari, evita di replicare al durissimo affondo del presidente Usa. Non vuole un «botta e risposta» con l’inquilino della Casa Bianca. La reazione è affidata ai canali diplomatici, dopo una telefonata con Antonio Tajani. Si attiva la nostra ambasciata a Washington. Lo stesso ministro degli Esteri scambia alcuni messaggi con il segretario di Stato americano, Marco Rubio, con cui i rapporti sono ben oliati. Più in là, trapela dall’entourage della premier, si potrebbe puntare sulla sponda del vicepresidente JD Vance, con cui Meloni ha avuto scambi diretti, anche di recente. Sottotraccia, dunque, c’è il tentativo di rammendare una tela diplomatica scombinata dalle bizze del leader degli Stati Uniti.
«Me l’aspettavo? Ha attaccato persino il Papa...». È lo sfogo di Giorgia Meloni raccolto dai fedelissimi che le hanno parlato in queste ore tribolate, quelle del crollo dell’immaginario “ponte” tra Ue e Usa. La presidente del Consiglio, suggerita da Giovanbattista Fazzolari, evita di replicare al durissimo affondo del presidente Usa. Non vuole un «botta e risposta» con l’inquilino della Casa Bianca. La reazione è affidata ai canali diplomatici, dopo una telefonata con Antonio Tajani. Si attiva la nostra ambasciata a Washington. Lo stesso ministro degli Esteri scambia alcuni messaggi con il segretario di Stato americano, Marco Rubio, con cui i rapporti sono ben oliati. Più in là, trapela dall’entourage della premier, si potrebbe puntare sulla sponda del vicepresidente JD Vance, con cui Meloni ha avuto scambi diretti, anche di recente. Sottotraccia, dunque, c’è il tentativo di rammendare una tela diplomatica scombinata dalle bizze del leader degli Stati Uniti.
Sul piano interno, la sensazione, ai piani alti di FdI, è che il distacco possa anche pagare in termini di consenso. La narrazione vira presto dalla «special relationship» a «Meloni come Craxi a Sigonella». Di certo, sul motivo della stizza del tycoon, Meloni in privato non si dice pentita. Anzi. Quella nota a difesa di Papa Leone, diramata peraltro dopo 9 ore di silenzio, era una mossa obbligata. «Non si poteva non intervenire, dopo un attacco al Pontefice». E quando lo si è fatto, ci si attendeva una reazione di Trump, visto il personaggio. Insomma lo strappo, «prima o poi doveva succedere». La premier, raccontano, è infastidita per gli attacchi di un pezzo dell’opposizione, a cominciare da Giuseppe Conte. Mentre ha apprezzato i toni di Elly Schlein. È convinta di non avere sbagliato a dialogare con Trump. Se il giocattolo si è rotto, è la tesi, è perché è stato il leader americano a «spostarsi su posizioni inaccettabili». E si vedrà, ragionano nella cerchia della premier, se questo atteggiamento sarà apprezzato dagli elettori Usa durante il voto di midterm a novembre. Dopodiché, «gli Usa non possono fare a meno dell’Ue e viceversa», quindi i canali rimangono aperti, anche se si temono frizioni sempre più marcate. «Ma i rapporti Italia-Usa non finiranno certo oggi», anche perché le alleanze «non cambiano in base a chi le governa», dice Meloni.
La “special relationship” tra Meloni e Trump: un anno e mezzo di incontri e complimenti, poi il gelo
Pubblicamente, come detto, la premier evita di controbattere. A Verona, ospite della fiera del vino, interviene in un rapidissimo punto stampa, ma prima della cannonata di Trump. Con toni ancora cordiali. «Quando si è amici bisogna avere il coraggio di dire quando non si è d’accordo». Rassicurazioni: «Il mio orizzonte resta l’Occidente». Ma con una diga: il Papa non si tocca. «Non mi sentirei a mio agio in una società in cui i leader religiosi fanno quello che dicono i politici». Meloni, accusata da un anno dall’opposizione di avere toni troppo accomodanti, «da cheerleader», con Trump, sostiene adesso di non avergli fatto sconti. «Abbiamo detto parole chiare. Non so quanti altri leader le abbiano espresse, altro che sudditanza». Il riferimento, raccontano i big della fiamma, è chiaro: «Giuseppi, cioè Conte, aveva bisogno dei tweet di Trump per legittimarsi; Giorgia no».
Tajani potrebbe incontrare oggi alcuni emissari Usa, a margine del vertice di Berlino sul Sudan. È il vicepremier a esternare la reazione ufficiale del governo italiano all’intemerata del tycoon: Meloni, a suo dire, resta «una persona coraggiosa, non rinuncia mai a dire ciò che pensa», annota su X. «E su Papa Leone XIV ha detto esattamente ciò che tutti noi cittadini italiani pensiamo», aggiunge il capo della Farnesina, ribadendo la vicinanza dell’Italia agli Stati Uniti ma precisando che «l’unità si costruisce con rispetto». Palazzo Chigi non ha reso noto se a Meloni sono stati spediti messaggi di solidarietà dagli alleati europei. La premier li vedrà dopodomani, in videocollegamento, nella call della coalizione per Hormuz. Segnali anche agli Usa: l’Italia è disponibile a partecipare alla missione, ma solo con un cessate il fuoco pieno.