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Guerini: “Il governo scelga la Ue. Gli italiani non dimenticheranno l’ambiguità verso il leader Usa”

Lorenzo Guerini

 

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Il presidente del Copasir: “Il filo con gli Stati Uniti va mantenuto ma la strategia di Meloni andrà ricalibrata. Trump non lascerà la Nato”
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Onorevole Lorenzo Guerini, ex ministro della Difesa e presidente del Copasir, Meloni è volata a Parigi per il vertice dei volenterosi. È il segnale di un cambio di strategia e di postura anche nei confronti di Trump?

«Lo spero. È un passo necessario, dopo le timidezze degli scorsi mesi. Quel gruppo di Paesi, da cui l’Italia non deve sottrarsi, sarà il nucleo centrale delle politiche di difesa europea. Il dispositivo che si metterà in campo per la sicurezza dello stretto di Hormuz potrebbe assumere un significato che va al di là dell’intervento stesso».

Quale significato?

«Sono convinto che senza la spinta di Francia, Germania e Italia, con la cooperazione del Regno Unito, il rafforzamento della difesa comune rischia di restare sulla carta senza tradursi in realtà».

La riapertura di Hormuz annunciata dall’Iran durerà?

«Dobbiamo augurarci di sì, così come la tregua in Libano. Certo dipenderà molto dagli sviluppi dei negoziati tra Usa e Iran».

Nonostante tutto, Merz e Meloni spingon…

Onorevole Lorenzo Guerini, ex ministro della Difesa e presidente del Copasir, Meloni è volata a Parigi per il vertice dei volenterosi. È il segnale di un cambio di strategia e di postura anche nei confronti di Trump?

«Lo spero. È un passo necessario, dopo le timidezze degli scorsi mesi. Quel gruppo di Paesi, da cui l’Italia non deve sottrarsi, sarà il nucleo centrale delle politiche di difesa europea. Il dispositivo che si metterà in campo per la sicurezza dello stretto di Hormuz potrebbe assumere un significato che va al di là dell’intervento stesso».

Quale significato?

«Sono convinto che senza la spinta di Francia, Germania e Italia, con la cooperazione del Regno Unito, il rafforzamento della difesa comune rischia di restare sulla carta senza tradursi in realtà».

La riapertura di Hormuz annunciata dall’Iran durerà?

«Dobbiamo augurarci di sì, così come la tregua in Libano. Certo dipenderà molto dagli sviluppi dei negoziati tra Usa e Iran».

Nonostante tutto, Merz e Meloni spingono per un coinvolgimento americano, Macron è contrario. Una mediazione è possibile?

«Il filo della relazione con gli Stati Uniti, pur nelle grandi difficoltà del momento, va mantenuto. Sembra che tutto congiuri in direzione contraria, ma bisogna avere insieme coraggio e lucidità».

Adesso che è però saltato anche il presunto ponte Italia-Usa, cosa ne sarà delle relazioni transatlantiche?

«Capisco l’imbarazzo del nostro governo che aveva puntato tutte le sue fiches sulla Casa Bianca, ma io terrei distinto il venir meno di uno dei pilastri della politica estera di Meloni — basata su una stretta relazione con Trump, corroborata dalla sua assonanza ideologica con la cultura Maga — dal tema più ampio dei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico. Il primo va corretto, la strategia ricalibrata. Mentre la collaborazione fra Europa e Stati Uniti deve riprendere perché è essenziale sia per il nostro continente sia per gli Usa».

Quindi il nostro governo in politica estera ha sbagliato tutto?

«Dentro il crollo dell’ordine internazionale in cui siamo precipitati, investire sulla Ue è una strada obbligata perché il quadro dei problemi che abbiamo di fronte — a partire dalle esigenze di difesa e di sicurezza — richiede risposte che solo in una dimensione europea possono risultare efficaci su scala globale. Essendo venuto meno l’alibi dell’ostacolo ungherese con la sconfitta di Orbán, per Meloni oggi è più facile scegliere l’Unione, anche per il bene dell’Italia. È ora di tornare a essere protagonisti di una visione europea ambiziosa che l’esecutivo fin qui non ha avuto».

Serve un passaggio in aula per autorizzare l’invio dei nostri soldati a Hormuz?

«Quando sarà decisa, una volta raggiunto uno stabile accordo di pace e definito il contorno giuridico e il quadro della missione, come ha già detto la premier, si dovrà passare dal Parlamento»

L’escalation di Trump prelude a un’uscita degli Usa dall’Alleanza atlantica?

«Capisco la preoccupazione, aggravata dalle minacce delle ultime settimane. Io tuttavia non credo possa accadere: servirebbe un voto del Congresso americano a maggioranza qualificata ed è noto che questa idea distruttiva è osteggiata anche da ampi settori repubblicani. Detto ciò, le parole di Trump sono pericolosissime perché aprono scenari altrettanto complicati: il ritiro delle truppe Usa dall’Europa e un indebolimento della credibilità del sistema di difesa Nato. Perciò è indispensabile che tutti i Paesi europei, a partire dall’Italia, lavorino affinché non avvenga. Nel contempo, a livello Ue, rafforzare i sistemi di sicurezza comune, la collaborazione nel campo dell’intelligence, la cooperazione industriale e il coordinamento militare sono scelte non più rinviabile».

Se non ci fossero stati gli insulti a papa Leone, Meloni avrebbe mai preso le distanze da Trump?

«Forse no, vista l’eccessiva prudenza con cui in questi mesi ha commentato tutte le uscite del presidente americano. L’invettiva contro il pontefice ha rappresentato il superamento di una linea rossa, e bene ha fatto Meloni a rispondere con durezza. Come bene ha fatto Schlein a manifestarle solidarietà in Aula: quando il leader di un altro Paese attacca la premier italiana, attacca l’Italia e la nostra sovranità».

Ma al punto in cui siamo, a un anno dalla fine della legislatura, è possibile invertire la rotta?

«Certo è tardi, ma è necessario incominciare. E se la guardo dal lato del centrosinistra, l’investimento sull’Unione deve essere l’elemento fondativo dell’alleanza fra le forze progressiste che si candidano a guidare il Paese. È dunque un’esigenza che parla anche al nostro campo: l’Europa deve diventare il punto qualificante e identitario del programma per le prossime elezioni, anche perché è proprio su questo che il centrodestra ha fin qui fallito».

La premier riuscirà a riconquistare l’opinione pubblica che di Trump ha un giudizio pessimo?

«Lei ci proverà, ma penso che gli italiani abbiano una buona memoria: non dimenticheranno facilmente quest’ultimo anno e mezzo in cui il governo ha spesso taciuto di fronte alle bordate contro l’Europa, il diritto internazionale e tutte le istituzioni multilaterali che per 80 anni hanno cercato di garantire pace e stabilità».

Dopo Salvini anche l’ad di Eni Descalzi ha chiesto di sbloccare il gas russo. Si può fare?

«Comprendo la preoccupazione per la crisi in Medio Oriente che sta mettendo a repentaglio l’approvvigionamento energetico, ma la scelta di non ricorrere al gas russo ha ragioni politico-strategiche che ora non possono essere messe minimamente in discussione. Non si può fare nessun favore a Putin per continuare una guerra ingiusta e ingiustificata. Sarebbe un aiuto involontario a Mosca capace di compromettere anni di sacrifici, innanzitutto del popolo ucraino».

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