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Premio per i rimpatri, nuovo pasticcio in maggioranza: salta l’emendamento correttivo

Alfredo Mantovano, Giorgia Meloni, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi 

 
Non si trova la copertura finanziaria per le modifiche. L’ipotesi dell’approvazione del testo attuale
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ROMA – Alle 22.30, si ritorna al punto di partenza. Il governo, a sorpresa, rinuncia all’emendamento che puntava a modificare la contestata norma per i rimpatri assistiti. Rendendo il pasticcio un vero e proprio caso politico.

Un passo indietro, a metà pomeriggio. Quando sale al Colle, Alfredo Mantovano sa già che la norma della discordia dovrà cambiare. In un modo o nell’altro, sarà stravolta: Sergio Mattarella non intende firmare un decreto che contiene un articolo insostenibile dal punto di vista giuridico e costituzionale. Lasciando il Quirinale, poco più tardi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha in tasca una potenziale soluzione. Prevede un allargamento della platea di chi può fare ricorso in rappresentanza dei migranti che puntano al rimpatrio assistito: non più solo avvocati, ma altre figure professionali. E soprattutto, vengono fissati due ulteriori paletti. Il primo: non sarà più il Consiglio nazionale forense a erogare il “premio” per chi scrive il ricorso, …

ROMA – Alle 22.30, si ritorna al punto di partenza. Il governo, a sorpresa, rinuncia all’emendamento che puntava a modificare la contestata norma per i rimpatri assistiti. Rendendo il pasticcio un vero e proprio caso politico.

Un passo indietro, a metà pomeriggio. Quando sale al Colle, Alfredo Mantovano sa già che la norma della discordia dovrà cambiare. In un modo o nell’altro, sarà stravolta: Sergio Mattarella non intende firmare un decreto che contiene un articolo insostenibile dal punto di vista giuridico e costituzionale. Lasciando il Quirinale, poco più tardi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha in tasca una potenziale soluzione. Prevede un allargamento della platea di chi può fare ricorso in rappresentanza dei migranti che puntano al rimpatrio assistito: non più solo avvocati, ma altre figure professionali. E soprattutto, vengono fissati due ulteriori paletti. Il primo: non sarà più il Consiglio nazionale forense a erogare il “premio” per chi scrive il ricorso, ma lo Stato. E la somma verrebbe corrisposta anche in caso di esito negativo della procedura.

È una possibile soluzione, ma che resta solo sulla carta. Perché a tarda sera qualcosa si inceppa. Di certo, si apre un problema di bilancio. Quando Palazzo Chigi inoltra l’emendamento appena formulato dai suoi uffici alla Ragioneria dello Stato, diventa evidente ai tecnici il problema: la misura prevede oneri aggiuntivi per lo Stato. La ragioniera generale dello Stato Daria Perrotta legge la formulazione e si rivolge al Viminale, chiedendo una relazione tecnica per poter “pesare” i costi della misura sulle casse pubbliche. Senza coperture, niente bollinatura.

La discussione del pomeriggio ha chiarito il quadro, mostrando all’esecutivo la delicatezza del passaggio. Mattarella si mostra subito deciso. Ad esempio, viene in una prima fase scartata - così riferiscono fonti dell’esecutivo - un’opzione studiata a Palazzo Chigi: prevederebbe un via libera senza modifiche al decreto e, subito dopo, un consiglio dei ministri lampo che approvi una nuova norma che cambi la previsione sui rimpatri assistiti. E d’altra parte, senza ritocchi, il Capo dello Stato non firmerebbe il testo e lo rimanderebbe alle Camere indicando i punti deboli del decreto.

La prima criticità riguarda il nesso tra il compenso e l’esito del ricorso: non può passare. Il secondo elemento che attira il faro del Quirinale riguarda il soggetto che dovrebbe erogare il compenso: non può essere il Consiglio nazionale forense, che ha già fatto sapere di considerare l’opzione insostenibile. Sono punti che Mantovano accetta in un primo momento di modificare. Assieme a un altro dettaglio, certo non irrilevante: a ricorrere non potranno essere soltanto gli avvocati, ma anche esperti, onlus e mediatori culturali accreditati. Poi tutto si blocca.

Di certo, pesa il nodo dei tempi. La modifica alla Camera dovrebbe infatti essere rapidissima, visto che imporrebbe un nuovo vaglio del Senato entro il 25 aprile. La via è stretta, il finale incerto. Anche perché l’opposizione, organizzando una “resistenza” in commissione e poi in Aula, potrebbe rendere questa rincorsa un vero e proprio incubo. E infatti alle 22 le commissioni vengono improvvisamente sciolte. Nessun emendamento è in cantiere. Nessuna modifica è prevista nelle prossime ore. E dunque, come intende procedere il governo? La strada sembra quella di approvare il dl senza ritocchi, per non mostrarsi deboli dopo la sconfitta referendaria. Subito dopo verrà convocato un cdm, probabilmente già giovedì, per dare il via libera a un dl stralcio che ritocchi soltanto la norma sgradita al Quirinale. Non è un iter fluido, potrebbe non piacere al Colle, ma è il percorso deciso nella notte. Nel frattempo, si consuma anche uno scontro sotterraneo nell’esecutivo. A Palazzo Chigi nessuno rivendica la formulazione della norma. Tutti indicano l’ufficio legislativo del Viminale. Di fatto, puntando il dito contro Piantedosi.

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