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Libano, Fioravanti: “Sul terreno impossibile rispettare il mandato dell’Onu”

Il generale Maurizio Fioravanti

 

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Il generale è stato a Beirut nel 1982 e nel 2006: “Lo scenario cambiato quando l’Idf ha invaso il territorio affidato ai caschi blu”
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«La situazione per i caschi blu di Unifil è cambiata nel momento in cui l’esercito israeliano ha occupato una parte del territorio affidato alle forze delle Nazioni Unite. Le parole del ministro Crosetto sul senso della missione ritengo nascano dalla realtà sul terreno. Credo anche io che così abbia poco senso continuare ma non si può nemmeno ipotizzare di rivedere le regole d’ingaggio». Il generale Maurizio Fioravanti è un profondo conoscitore del Libano. Paracadutista, ex comandante della Folgore e poi di tutte le forze speciali italiane, è stato a Beirut per la prima volta con la storica operazione del 1982: «Il mio reparto doveva tutelare la sicurezza del campo di Chatila, quello del grande massacro, e del quartiere palestinese più popoloso della capitale». Poi ci è tornato alla fine del 2006, quando la risoluzione Onu 1701 è diventata garante del cessate il fuoco dopo l’invasione israeliana seguita alle incursioni di Hezbollah: «Guidavo il nostro contingente schierato nel settore…

«La situazione per i caschi blu di Unifil è cambiata nel momento in cui l’esercito israeliano ha occupato una parte del territorio affidato alle forze delle Nazioni Unite. Le parole del ministro Crosetto sul senso della missione ritengo nascano dalla realtà sul terreno. Credo anche io che così abbia poco senso continuare ma non si può nemmeno ipotizzare di rivedere le regole d’ingaggio». Il generale Maurizio Fioravanti è un profondo conoscitore del Libano. Paracadutista, ex comandante della Folgore e poi di tutte le forze speciali italiane, è stato a Beirut per la prima volta con la storica operazione del 1982: «Il mio reparto doveva tutelare la sicurezza del campo di Chatila, quello del grande massacro, e del quartiere palestinese più popoloso della capitale». Poi ci è tornato alla fine del 2006, quando la risoluzione Onu 1701 è diventata garante del cessate il fuoco dopo l’invasione israeliana seguita alle incursioni di Hezbollah: «Guidavo il nostro contingente schierato nel settore occidentale mentre il generale Claudio Graziano aveva il comando di tutta Unifil: è stato l’inizio di un’operazione che per diciotto anni ha dato stabilità a quel confine problematico». Come tanti ufficiali che sono stati lì, anche Fioravanti tiene il Libano nel cuore: ha conservato amicizie e relazioni al massimo livello.

Le autorità israeliane hanno più volte parlato di mantenere una presenza militare a nord della frontiera libanese fino al fiume Litani: proprio la “Linea Blu” che è stata affidata ai soldati dell’Onu…

«Sì, sono entrati in forze nel territorio libanese e neppure dopo l’inizio del cessate il fuoco mediato dall’amministrazione Trump ci sono stati segnali di ritirata. Questo rende impossibile applicare la risoluzione 1701 e sostanzialmente la fa decadere: così non ha più senso continuare con Unifil».

Nella lettera al segretario generale dell’Onu e concordata con francesi e spagnoli, il ministro Crosetto ha ipotizzato di sospendere la missione o di rivedere le regole di ingaggio: sostanzialmente i caschi blu possono solo essere osservatori. Lei crede che si possibile dare più potere d’azione a Unifil?

«No, non si possono cambiare le regole di ingaggio in corso d’opera. La risoluzione Onu prevede un’attività di peacekeeping: i soldati sono andati lì per verificare il rispetto di un accordo politico, non per imporlo. Si tratterebbe di passare a quello che viene chiamato peacemaking e quindi a una missione di combattimento: richiederebbe un quadro politico completamente diverso. E non mi sembra esistano le condizioni: il Palazzo di Vetro ha già votato per non prorogare Unifil dopo dicembre».

E dal punto di vista operativo cosa comporterebbe?

«Le truppe schierate sotto bandiera Onu non hanno la preparazione e i mezzi per affrontare Israele o Hezbollah. Bisognerebbe rivedere tutto: numeri, dotazioni, mezzi. Ci vorrebbero una logistica massiccia e armamenti pesanti. Una cosa è fare gli osservatori, altro è essere pronti a combattere. Ma oggi non ci sono più le condizioni sul terreno. L’esercito israeliano ha circondato e isolato le posizioni di Unifil, compresa Naqura dove c’è il nostro comando».

Il presidente Macron ritiene che l’attacco contro i soldati francesi sia opera di Hezbollah. Perché secondo lei li hanno colpiti?

«Perché è la longa manus dell’Iran. Da quando il governo libanese ha intensificato gli sforzi per il disarmo di Hezbollah abbiamo avuto conferma di presenza di tanti iraniani anche nel sud del Paese. E nella Repubblica islamica oggi ci sono tante anime che si confrontano: i pasdaran sostengono una linea dura, aggressiva. Reputo che solo loro avessero l’interesse ad attaccare una pattuglia francese impegnata a collegare formazioni isolate».

La risoluzione 1701 non permette alle forze Onu di perquisire o sequestrare armi alle milizie ma solo di sostenere l’attività dell’esercito libanese. Questo rappresenta un limite?

«Il sostegno all’esercito libanese è fondamentale. Da quando il generale Aoun è diventato presidente, il governo di Beirut sta facendo di tutto per liberare il Paese dalle milizie e dalle influenze straniere: sa che è un’occasione storica per tornare alla libertà. La decisione di iniziare le ostilità contro Israele da parte di Hezbollah dimostra la sua sudditanza dall’Iran: ha riportato la guerra e ha profondamente diviso la stessa comunità sciita».

La fine della missione Unifil che impatto avrebbe sulla stabilità del Libano?

«Dal 2006 la presenza dei caschi blu ha permesso di denunciare quello che accadeva: senza i soldati Onu non ci saranno più testimoni della situazione sul terreno che coinvolge tante povere famiglie, che i militari italiani conoscono una a una. Senza Unifil per loro tornerà il buio».

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