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Premio per i rimpatri, l’altolà del Quirinale al decreto sicurezza: “Questa norma non va”

Sergio Mattarella con Alfredo Mantovano (ansa)

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La scure del capo dello Stato congela l’iter di approvazione del dl. Il sottosegretario Mantovano sale al Colle per parlare con Mattarella, alla fine della giornata la soluzione ancora non c’è
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ROMA – Come aver piazzato un ordigno a orologeria nel loro stesso decreto. Che infatti salta tra le mani della destra, che aveva fatto del Dl Sicurezza il suo testo di bandiera. Cade sotto la scure del Quirinale, dopo le preoccupazioni anticipate ieri da Repubblica, l’obbrobrio giuridico-politico della norma sugli incentivi agli avvocati in chiave pro-rimpatri.

È quell’articolo 30 bis che introduce il “premio”, 615 euro, precisando addirittura che vale solo “all’esito della partenza” del migrante assistito. Una soluzione su cui la maggioranza tirerebbe volentieri dritto, e che meloniani e leghisti fino a domenica sera continuano spericolatamente a difendere, mentre Noi Moderati si smarca e Forza Italia, provando a schivare l’impatto frontale, prova a superare promettendo un ordine del giorno.

ROMA – Come aver piazzato un ordigno a orologeria nel loro stesso decreto. Che infatti salta tra le mani della destra, che aveva fatto del Dl Sicurezza il suo testo di bandiera. Cade sotto la scure del Quirinale, dopo le preoccupazioni anticipate ieri da Repubblica, l’obbrobrio giuridico-politico della norma sugli incentivi agli avvocati in chiave pro-rimpatri.

È quell’articolo 30 bis che introduce il “premio”, 615 euro, precisando addirittura che vale solo “all’esito della partenza” del migrante assistito. Una soluzione su cui la maggioranza tirerebbe volentieri dritto, e che meloniani e leghisti fino a domenica sera continuano spericolatamente a difendere, mentre Noi Moderati si smarca e Forza Italia, provando a schivare l’impatto frontale, prova a superare promettendo un ordine del giorno.

Invece vanno tutti a sbattere contro un muro che non si voleva vedere, mentre opposizioni, avvocati e magistrati restavano fermi sull’opposizione più radicale a quella misura. Prevedere il nesso tra il compenso in denaro al legale e il preciso “scopo” che avrebbe pesato come condizionamento sul diritto inviolabile alla difesa, e sull’autonomia dell’avvocato, significava ledere i principi costituzionali. «Così non va», la lapidaria bocciatura consegnata al Colle tra le felpate stanze, dove nel pomeriggio è costretto a salire il sottosegretario Alfredo Mantovano, con la missione di ricucire qualcosa che rischia di diventare uno strappo. O si sopprime quella misura, è il senso, (anche con un emendamento modificativo da presentare in commissione, a Montecitorio), oppure il decreto non potrà avere la firma del Capo dello Stato, e quindi non vedrà la luce. Cade nella notte l’idea di una road map di emergenza stilata sotto lo choc del rigetto. Il governo pensa quindi a un decreto legge da far viaggiare in parallelo a questo. Una variazione improvvisa dovuta al timore, espresso anche dai vertici del Senato, che la maggioranza non avesse i parlamentare in grado di tornare a votare il 25. Resta quindi la corsa contro il tempo.

È la cronaca del lunedì nero: l’ennesima forzatura costa carissimo al governo, al fondo di ore segnate da fitte e articolate interlocuzioni con il Quirinale. E di una giornata già carica di tensioni alla Camera, dove finisce a notte inoltrata la riunione delle commissioni Giustizia e Affari Costituzionali. Una seduta a singhiozzi, tra polemiche, stop, accuse. A metà pomeriggio, ecco la notizia del sottosegretario a colloquio da Mattarella, l’opposizione fa sospendere la seduta. «Una farsa. Che senso ha continuare i lavori se non sappiamo quale esito hanno i colloqui tra Chigi e Quirinale?». Il Pd parla di «maggioranza allo sbando», fa il riassunto di quell’iter «compresso e forzato», il provvedimento «trattenuto già a lungo al Senato» e l’approvazione di norme ritenute «palesemente sbagliate e incostituzionali». Per Valentina D’Orso, del M5s, si consuma «l’ennesimo abuso di una maggioranza spregiudicata. Perché l’articolo 30-bis è semplicemente abominevole». Mentre sbotta con un basta, «il governo ha superato limite decenza, impossibile chiuderlo in Commissione», Riccardo Magi, segretario di +Europa, che rende merito a Mattarella «per avere fermato la norma incostituzionale che introduce un “premio” agli avvocati che rimpatriano i propri clienti stranieri». Gratitudine ma anche ira. Come quella del leghista Claudio Borghi. Che, mentre ancora è ottimista sull’esito dell’interlocuzione al Colle, provocava: «Se Mattarella si rifiutasse di firmare, per quanto mi riguarda, sarebbe da rimandarglielo paro paro ex articolo 74 della Costituzione».

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