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Premi per i rimpatri, dubbi su costi e procedure. La mossa dei due decreti al vaglio del Colle

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Verso un Cdm venerdì per la correzione ma la soluzione finale ancora non c’è. A palazzo Chigi timori di nuovi inciampi
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Una giornata sull’ottovolante, tra accelerazioni, per archiviare alla svelta il pastrocchio rimpatri, e inevitabili frenate, perché altri inciampi sono dietro l’angolo. E stavolta non si può sgarrare. Il governo intende spedire sulla scrivania di Sergio Mattarella il decreto «correttivo» del decreto sicurezza entro venerdì, in simultanea con l’approvazione del testo difettoso oggi all’esame di Montecitorio. Ma la bozza del nuovo provvedimento ancora non è definita. I tecnici di palazzo Chigi sono al lavoro forsennatamente da 24 ore. Tanto che ai piani alti dell’esecutivo per tutto il pomeriggio tengono aperte più strade. La prima: portare già nel Cdm di oggi, incentrato su finanza e sottosegretari, la norma-toppa. Magari con un testo varato «salvo intese», che permetta di attendere il via libera definitivo del Parlamento al decreto contestato. A sera però l’ipotesi di un blitz perde precipitosamente quota. Si vira sul piano B. Tempi un po’ più lunghi, nuovo Cdm venerdì (il terzo in un…

Una giornata sull’ottovolante, tra accelerazioni, per archiviare alla svelta il pastrocchio rimpatri, e inevitabili frenate, perché altri inciampi sono dietro l’angolo. E stavolta non si può sgarrare. Il governo intende spedire sulla scrivania di Sergio Mattarella il decreto «correttivo» del decreto sicurezza entro venerdì, in simultanea con l’approvazione del testo difettoso oggi all’esame di Montecitorio. Ma la bozza del nuovo provvedimento ancora non è definita. I tecnici di palazzo Chigi sono al lavoro forsennatamente da 24 ore. Tanto che ai piani alti dell’esecutivo per tutto il pomeriggio tengono aperte più strade. La prima: portare già nel Cdm di oggi, incentrato su finanza e sottosegretari, la norma-toppa. Magari con un testo varato «salvo intese», che permetta di attendere il via libera definitivo del Parlamento al decreto contestato. A sera però l’ipotesi di un blitz perde precipitosamente quota. Si vira sul piano B. Tempi un po’ più lunghi, nuovo Cdm venerdì (il terzo in una settimana), in contemporanea con il sì della Camera.

Grattacapi tecnici: per tutto il giorno gli uffici legislativi del governo cercano di capire se sia possibile modificare una legge che ancora non è stata approvata definitivamente nei due rami delle Camere. O se addirittura si debba aspettare la pubblicazione in gazzetta ufficiale. Rischi economici: dentro FdI temono che con una nuova formulazione, che preveda il compenso per gli avvocati anche in caso di esito negativo della richiesta di rimpatrio, le spese possano lievitare. Sin qui erano state quantificate in 430mila euro. Ma se la platea si allarga, ne serviranno di più. «La situazione rischia di sfuggire di mano, ne nascerebbe un business», confidano a mezza voce i big di Fratelli d’Italia. Ecco perché intanto si lavora di cesello sulla formula da inserire nel nuovo decreto. Sembra tramontata l’idea di esplicitare che il gettone sarà pagato dallo Stato «a prescindere dall’esito» della richiesta di rimpatrio. Varrebbe per chi chiede il «rimpatrio volontario», con una più generica postilla: «All’esito dell’istruttoria». Stop. La platea dei professionisti che potranno seguire le procedure per conto dei migranti sarà allargata (non solo avvocati, ma mediatori e organizzazioni). E a saldare sarà dunque lo Stato direttamente, non il Consiglio forense.

Il Quirinale condivide l’ipotesi del doppio decreto, suggerita dal governo per sbloccare l’impasse? Dal Colle non filtra alcuna indicazione su cosa farà Mattarella, ma il percorso non è obbligato: qualsiasi soluzione che palazzo Chigi escogiterà dovrà avere l’ok del Colle. In ambienti parlamentari lasciano intendere che il Capo dello Stato avrebbe voluto la cancellazione della misura e potrebbe chiedere di leggere il testo del provvedimento correttivo anche prima del suo varo. La premier non vuole stralci. Ieri, davanti a taccuini e microfoni, ha spiegato che i rilievi segnalati sarebbero stati tradotti in un nuovo decreto, ma per «correggere» l’emendamento contestato. Il percorso però va condiviso, per uscire dal caos. Nell’esecutivo sperano che vada bene la strada delle due approvazioni contestuali: prima quella che converte in legge il decreto sicurezza, e poi quella che modifica l’incriminato articolo 30 bis. Questa contestualità eviterebbe al Quirinale di firmare una legge che si ritiene fortemente lesiva delle funzioni difensive. Far coincidere i tempi di governo e Quirinale - il decreto scade sabato 25 aprile – è un’altra delle difficoltà della trattativa. Esistono dei precedenti, però. Nel 2006, il governo Prodi intervenne d’urgenza con un decreto-legge ad hoc per abrogare il controverso “comma Fuda”, inserito nel decreto collegato alla Finanziaria, che mirava a sanare retroattivamente l’ineleggibilità di alcuni parlamentari. Per spegnere le polemiche, l’intervento correttivo neutralizzò immediatamente il colpo di spugna prima che producesse effetti definitivi. E il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano firmò il decreto correttivo.

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