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Quel vuoto di riforme economiche

La premier Giorgia Meloni e il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti (ansa)

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Ancora non è chiaro cosa il governo Meloni intenda fare nell’ultimo anno della legislatura per fronteggiare le nostre più grandi vulnerabilità, a partire da quelle energetica e demografica
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Ieri l’Istat ha confermato che l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in Italia nel 2025 è stato pari al 3,1% del pil. Questo significa che, per circa due miliardi, l’Italia non può uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo. Non potrà così essere autorizzata da Bruxelles a finanziare in deficit fino a un punto e mezzo di pil di spesa militare, avendo a disposizione maggiori margini per politiche espansive. Non è una buona notizia per il paese. Forse lo è per il solo ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, chiamato a tenere i cordoni della borsa di fronte a una maggioranza di governo sfilacciata, in fibrillazione dopo la sconfitta del referendum, in un anno pre-elettorale. Ne è la testimonianza la scelta di varare in fretta e furia, unici in Europa, il costosissimo taglio delle accise sulla benzina (che sarà politicamente molto difficile rimuovere), a beneficio anche dei ceti più abbienti.

Ieri l’Istat ha confermato che l’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in Italia nel 2025 è stato pari al 3,1% del pil. Questo significa che, per circa due miliardi, l’Italia non può uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo. Non potrà così essere autorizzata da Bruxelles a finanziare in deficit fino a un punto e mezzo di pil di spesa militare, avendo a disposizione maggiori margini per politiche espansive. Non è una buona notizia per il paese. Forse lo è per il solo ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, chiamato a tenere i cordoni della borsa di fronte a una maggioranza di governo sfilacciata, in fibrillazione dopo la sconfitta del referendum, in un anno pre-elettorale. Ne è la testimonianza la scelta di varare in fretta e furia, unici in Europa, il costosissimo taglio delle accise sulla benzina (che sarà politicamente molto difficile rimuovere), a beneficio anche dei ceti più abbienti.

Non è chiaro cosa il governo Meloni intenda fare nell’ultimo anno della legislatura, di fronte a uno shock energetico, cui siamo particolarmente vulnerabili, e che non può essere temporaneo dati i danni ingenti già causati della guerra a fonti strategiche per il nostro paese. Il Documento di Finanza Pubblica presentato ieri si limita ad offrire il cosiddetto quadro tendenziale, a bocce ferme, in assenza di nuove politiche, senza anticipare nulla sui cambiamenti nella composizione della spesa e delle entrate. Il disavanzo è previsto rimanere intorno al 3% nei prossimi due anni, quindi sempre attorno alla soglia che separa i buoni dai cattivi. È un documento inutile perché non rassicura i mercati, né riduce l’incertezza su cosa potrà accadere all’economia italiana nel prossimo futuro. E, data la vicinanza alla soglia del 3%, sarà di poco aiuto anche nel negoziare maggiore flessibilità nella politica di bilancio con Bruxelles.

Non rassicura i mercati perché il problema dei nostri conti pubblici è nel debito che continua ad aumentare in rapporto al reddito nazionale. Questo avviene per due principali ragioni. La prima è la bassa crescita che ci relega una volta di più ad essere il fanalino di coda in Europa. Verrebbe da ironizzare sui tassi di crescita mirabolanti di cui ci eravamo accreditati in sede di approvazione del Pnrr. Non c’è da stupirsi della performance attuale dato che quel piano non ci ha consentito Proprio Nessuna Riforma Rilevante. La seconda ragione è il retaggio del superbonus che ha effetti sul debito man mano che i crediti d’imposta si manifestano. Teniamo poi conto che con il Pnrr ci siamo ulteriormente indebitati anche se questo si vedrà solo da quando cominceremo a ripagare i prestiti concessi dall’Europa.

Non riduce l’incertezza perché a quattro anni dal giuramento del governo Meloni, che si appresta a diventare il secondo più longevo della storia repubblicana, ancora non è dato sapere quale sia la politica economica di questo governo, cosa intenda fare per fronteggiare le nostre più grandi vulnerabilità, a partire da quelle energetica e demografica. Speriamo che si torni a parlare di questi temi, e non solo per slogan, nella lunga campagna elettorale che ci attende.

L’unica buona notizia di ieri è che l’Istat ha dato una prova di indipendenza. In molti sostenevano che avrebbe rivisto le stime del disavanzo portandole appena sotto al 3% per farci uscire dalla procedura di disavanzo eccessivo. Posso dire per esperienza diretta che le pressioni politiche su chi produce statistiche sono fortissime. L’Istat ha tenuto la barra dritta e questo rafforza la sua credibilità. Non è poco di fronte a quanto accade oltreoceano, dove 8 agenzie di statistica su 13 sono rimaste senza guida dopo le dimissioni dei loro vertici, e politici di professione sono stati nominati alla posizione di Chief Statistician degli Stati Uniti e ai vertici dell’US Census Bureau.

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