PARIGI – «Il principio che aveva tenuto insieme l’Occidente, l’Europa e la globalizzazione era la fiducia. Ed è proprio quella che oggi non c’è più». Per Thierry Breton i leader dell’Ue devono capire che non si trovano di fronte a una semplice crisi nei rapporti con gli Usa. «Il mondo è entrato in una fase nuova, più brutale e più instabile, in cui è tramontato l’ordine costruito dopo la guerra», osserva l’ex commissario Ue al Mercato, finito per le sue posizioni in una blacklist dell’amministrazione Trump, con il divieto di ingresso negli Usa.
Ha capito cosa ha provocato questa sanzione contro di lei?
«Per me è una situazione paradossale. Ho vissuto metà della mia vita negli Stati Uniti, dove ho fatto una parte del servizio militare, ho incontrato mia moglie e ho fondato la mia prima azienda. Non ho ricevuto alcuna notifica ufficiale, ma deduco di essere stato sanzionato per la mia azione a Bruxelles e per aver voluto fissare regole nello spazio digitale europeo, che non può essere i…
PARIGI – «Il principio che aveva tenuto insieme l’Occidente, l’Europa e la globalizzazione era la fiducia. Ed è proprio quella che oggi non c’è più». Per Thierry Breton i leader dell’Ue devono capire che non si trovano di fronte a una semplice crisi nei rapporti con gli Usa. «Il mondo è entrato in una fase nuova, più brutale e più instabile, in cui è tramontato l’ordine costruito dopo la guerra», osserva l’ex commissario Ue al Mercato, finito per le sue posizioni in una blacklist dell’amministrazione Trump, con il divieto di ingresso negli Usa.
Ha capito cosa ha provocato questa sanzione contro di lei?
«Per me è una situazione paradossale. Ho vissuto metà della mia vita negli Stati Uniti, dove ho fatto una parte del servizio militare, ho incontrato mia moglie e ho fondato la mia prima azienda. Non ho ricevuto alcuna notifica ufficiale, ma deduco di essere stato sanzionato per la mia azione a Bruxelles e per aver voluto fissare regole nello spazio digitale europeo, che non può essere il semplice prolungamento di quello americano. So per certo che questo approccio non è piaciuto a molti oltreoceano, Elon Musk compreso».
Se la fiducia in Occidente è venuta meno, cosa resta?
«Dall’insediamento di Trump stiamo attraversando un cambiamento radicale. Per settant’anni la fiducia ha regolato i rapporti internazionali ed è stata essenziale per la nostra architettura di sicurezza, soprattutto per ventisei dei ventisette paesi europei, dal momento che la Francia, fin dai tempi di De Gaulle, ha scelto di mantenere il controllo della propria sicurezza, anche nucleare. Togliendo la fiducia, tutta l’architettura crolla. All’inizio alcuni leader non hanno voluto cogliere la svolta rappresentata dal ritorno di Trump alla Casa Bianca. C’è chi pensava di potersi proporre come mediatore o interlocutore privilegiato».
Sta parlando di Giorgia Meloni?
«Conosco tutti i leader europei e li rispetto. Ognuno ha la propria storia. La maggior parte di questi paesi ospita basi americane che sono la loro garanzia di sicurezza, anche se la contropartita in questi decenni è stato l’acquisto di materiale militare Usa. Posso capire che per Meloni, come per il cancelliere tedesco, sia difficile liberarsi da questa dipendenza. Ma dobbiamo anche vedere che chi ha saputo mantenere una posizione più ferma, come il primo ministro canadese o la presidente del Messico, è stato più rispettato. Chi invece ha provato a fare l’amico non ha ottenuto riconoscenza e anzi ne ha pagato un caro prezzo».
Pensa alla sconfitta di Orbán?
«Faccio notare che, poche ore dopo il risultato elettorale in Ungheria, Trump ha definito “un tipo formidabile” non Orbán, ma Peter Magyar. Eppure solo quattro giorni prima del voto aveva mandato a Budapest il suo vicepresidente Vance a sostenere Orbán, un fatto senza precedenti. È un segnale che mostra quanto siano fragili e reversibili le fedeltà nel campo trumpiano. L’Europa deve restare ancorata allo Stato di diritto e non tradire i propri valori, né davanti agli Stati Uniti né davanti a Russia e Cina. E aggiungo che, in questo mondo nuovo, l’Ue può essere un importante polo per ristabilire la fiducia».
Cosa definisce questo “mondo nuovo”?
«Sta diventando il mondo della legge del più forte. Bisogna non solo prenderne atto, ma anche trarne le conseguenze, per evitare di diventare vassalli. Non possiamo essere schiacciati da chi finanzia o persegue guerre imperiali. Gli Stati Uniti considerano l’Europa e le sue istituzioni, che sono l’emanazione della nostra democrazia, come un nemico da abbattere. Vogliono frammentarla e tornare a un’Europa delle nazioni, appoggiandosi alle forze di estrema destra cosiddette “patriottiche”. Lo stesso piano di Putin. Noi europei abbiamo invece un progetto di pace fondato sullo Stato di diritto. Ma, per resistere, accanto al nostro progetto democratico dobbiamo avere dimostrazione di potenza».
La Francia resterà forte con un cambio all’Eliseo più che mai aperto?
«Essere forti significa rispettare gli impegni finanziari. Da anni la Francia non mantiene la parola data sui conti pubblici. Per questo propongo, in vista del 2027, una regola d’oro che riporti il deficit all’1 per cento del Pil entro il 2032, senza rinunciare alla deterrenza nucleare e anzi riflettendo su come estenderne la protezione all’insieme dei partner europei».
E se invece a candidarsi fosse lei?
«La Francia non ha bisogno di un uomo provvidenziale, ma di un progetto. Le strategie non bastano se manca la capacità di esecuzione. Senza quella, ogni promessa è destinata a cadere nel vuoto. La mia battaglia ora è quindi dare alla Francia un progetto, in particolare per fare in modo che ci sia un impegno chiaro e il più possibile condiviso per mettere i conti in ordine».
Non sembra preoccupato da una possibile vittoria dell’estrema destra.
«I giochi sono aperti. Non guardiamo i sondaggi, manca ancora un anno. Alla luce della pericolosità del mondo in cui viviamo, con le crisi a ripetizioni, penso che i francesi faranno molta attenzione su chi mandare all’Eliseo».