È il giorno dei due decreti e della quarta stretta sulla sicurezza che diventa legge. Sollievo della destra e di Giorgia Meloni, dopo giorni di tensioni e convulse trattative con il Quirinale, che ha spinto il governo a correggere il grave pasticcio della misura incostituzionale sui rimpatri. «Un altro passo concreto per rafforzare la tutela dei cittadini e difendere chi indossa una divisa. In Italia la legalità non è negoziabile», è il post con cui la premier, da Cipro, celebra il traguardo. Mentre nell’aula di Montecitorio sono i cori di Bella ciao, all’incrocio con la celebrazione del 25 aprile, a suggellare la protesta delle opposizioni contro forzature dell’iter e contestate norme, dal «fermo preventivo», ai «diritti a rischio».
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È il giorno dei due decreti e della quarta stretta sulla sicurezza che diventa legge. Sollievo della destra e di Giorgia Meloni, dopo giorni di tensioni e convulse trattative con il Quirinale, che ha spinto il governo a correggere il grave pasticcio della misura incostituzionale sui rimpatri. «Un altro passo concreto per rafforzare la tutela dei cittadini e difendere chi indossa una divisa. In Italia la legalità non è negoziabile», è il post con cui la premier, da Cipro, celebra il traguardo. Mentre nell’aula di Montecitorio sono i cori di Bella ciao, all’incrocio con la celebrazione del 25 aprile, a suggellare la protesta delle opposizioni contro forzature dell’iter e contestate norme, dal «fermo preventivo», ai «diritti a rischio».
Si deve correre perché funzioni l’impianto tecnico-istituzionale in grado di compensare il vulnus dei due provvedimenti. Dopo la fiducia e una maratona di due giorni, la Camera approva in via definitiva (con 162 sì, 102 contrari e un astenuto) il dl Meloni-Piantedosi. È festa per il Carroccio. Matteo Salvini ha appena il tempo di spingere fuori, al sole, tutto il gruppo dei suoi per una foto col pollice alzato – in via eccezionale s’è presentato persino l’82enne Tonino Angelucci, il patron di giornali e cliniche, recordman degli assenteisti alla Camera – e poi scappa in Consiglio dei ministri, come i colleghi. Tutti a mettere una toppa sul famigerato articolo 30 bis (che prevede incentivi agli avvocati, solo se fanno rimpatriare i loro assistiti) che il Quirinale ha bocciato e tutti gli altri hanno definito «obbrobrio giuridico». È infatti un Cdm di 11 minuti appena a cancellarlo: varando il decreto legge, che estende genericamente gli incentivi ad altre figure (i rappresentanti del migrante), ma elimina qualunque riferimento al ruolo dei difensori e al Consiglio nazionale forense. Nel pomeriggio, il presidente Mattarella promulga la legge ed emana il decreto. Traguardo raggiunto, seppure grazie alla scorciatoia: ma è l’unica per salvare il testo due volte, dalla scadenza dei termini e dalla scure di Mattarella. Così Meloni deve accennare a una parola di giustifica: «Certo avremmo preferito procedere correggendo in corsa, però questo avrebbe fatto decadere il decreto e avrebbe creato non pochi problemi. Ma non ci vedo nulla di pericoloso, in passato è successo». Solo quattro volte nella storia repubblicana e mai su norme che riguardavano i diritti inviolabili delle persone. Come sottolinea, con Repubblica, un costituzionalista di lungo corso come l’ex senatore Massimo Villone: «Questo è un cattivo precedente, che di Meloni mostra la totale insensibilità ai valori costituzionali».
Il ministro Matteo Piantedosi, dopo giorni difficili, porta a casa il decreto sul trattenimento dei “sospetti” prima dei cortei, sullo scudo penale alle forze dell’ordine: «Un altro passo avanti verso quella sicurezza sempre più invocata dai cittadini. Non uno spot ma l’ulteriore tassello di una strategia». Che è fallimentare, invece, per Giuseppe Conte, leader M5s, secondo cui la neo-legge «è solo l’ennesima scatola vuota senza risposte né investimenti seri, sulle carenze di presìdi e di forze dell’ordine. Commercianti, residenti e imprenditori allo stremo vogliono fatti sulla sicurezza. E c’è tanto da ricostruire: ma recuperando risorse, magari anche i soldi buttati in Albania, per lavorare con i “patti”, le prefetture, gli enti locali, la coesione sociale». Ed è radicale anche la bocciatura dei vertici Cgil: «Un provvedimento sbagliato che non serve al Paese e crea caos e ingiustizia, prova dell’arroganza del governo, costruito dentro una logica repressiva e imposto con blitz continui».
E a destare preoccupazione, in particolare, sono «gli effetti delle nuove norme sul sovraffollamento carcerario» è l’appello di oltre 100 associazioni, oltre che dei garanti territoriali. Allarme che attraversa anche i giuristi. L’ex procuratore Nello Rossi che dirige Questione Giustizia mette nel mirino, tra l’altro, il «fermo preventivo» come segno di «disinvoltura politica e attenuata adesione istituzionale».