Accade tutto in una manciata di minuti: è la disfida degli inni, la lotta mai doma fra chi a sinistra festeggia e chi a destra ignora, o peggio, dileggia la Liberazione. Nel cuore delle istituzioni, santuario della Repubblica, alla vigilia della sua ricorrenza fondativa.
Quando il campanile di San Silvestro suona il rintocco di mezzogiorno, poco più in là, nell’aula della Camera convocata per il via libera finale al quarto decreto sicurezza, i vertici del gruppo meloniano partoriscono un’idea geniale. Rispondere a Bella Ciao, il canto dei partigiani intonato in apertura dalle opposizioni per celebrare il 25 Aprile e la Costituzione violata dalla maggioranza, con l’Inno d’Italia, il canto nazionale eseguito a ridosso dell’ultima votazione per sigillare la vittoria del governo. Convinti, Galeazzo Bignami e la vice Augusta Montaruli, d’aver escogitato un bel trappolone: il centrosinistra non avrebbe certo partecipato al coro, si sarebbe sfilato, come il centrodestra aveva fatto mezz’ora…
Accade tutto in una manciata di minuti: è la disfida degli inni, la lotta mai doma fra chi a sinistra festeggia e chi a destra ignora, o peggio, dileggia la Liberazione. Nel cuore delle istituzioni, santuario della Repubblica, alla vigilia della sua ricorrenza fondativa.
Quando il campanile di San Silvestro suona il rintocco di mezzogiorno, poco più in là, nell’aula della Camera convocata per il via libera finale al quarto decreto sicurezza, i vertici del gruppo meloniano partoriscono un’idea geniale. Rispondere a Bella Ciao, il canto dei partigiani intonato in apertura dalle opposizioni per celebrare il 25 Aprile e la Costituzione violata dalla maggioranza, con l’Inno d’Italia, il canto nazionale eseguito a ridosso dell’ultima votazione per sigillare la vittoria del governo. Convinti, Galeazzo Bignami e la vice Augusta Montaruli, d’aver escogitato un bel trappolone: il centrosinistra non avrebbe certo partecipato al coro, si sarebbe sfilato, come il centrodestra aveva fatto mezz’ora prima sul brano della Resistenza, accolto solo da fischi e brusii; avrebbe cioè esibito in diretta tv le sue antipatriottiche divisioni. E invece.
Non appena parte l’incipit di Mameli, i deputati del Pd scattano in piedi: voce stentorea, postura solenne. “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio, s’è cinta la testa”, seguiti a ruota dagli alleati. Fra i banchi dell’esecutivo, i sei presenti si scambiano sguardi spaesati: che fare? Il primo ad alzarsi è il neo-sottosegretario Gian Marco Mazzi, impresario di fiducia della premier. I colleghi forzisti Siracusano e Ferrante si voltano e capiscono: eccoli sull’attenti, la mano sul cuore. Restano seduti, immobili e muti, gli altri tre: tutti leghisti. I due Matteo, Salvini e Piantedosi, uno immerso in una risma di carte, l’altro con gli occhi bassi. Gli stessi di Nicola Molteni. Specchio fedele di quel che sta succedendo lì davanti, fra gli scranni del Carroccio: i soldati semplici se ne stanno zitti, sprofondati nei seggiolini. Come se il canto degli italiani non li riguardasse. Ci prova il verde Angelo Bonelli a scuoterli: urla, si sbraccia, «drizzatevi» esorta. Niente da fare. I lumbàrd sono tetragoni, come il capo. Che poi lo rivendicherà pure: «Siam qua per il decreto sicurezza, non è un festival canoro», taglia corto Salvini prima di riunire i suoi parlamentari nel cortile di Montecitorio per una foto di gruppo che immortali il momento. «Oggi è una bella giornata», esulta, «rispetto l’inno nazionale ma cantare Bella Ciao mi sembra una mancanza di rispetto», rincara fra le risate di chi urla «aspettate, manca Tonino». Ovvero Angelucci, il ras delle cliniche, che da queste parti si vede di rado ma stavolta c’è, per la Lega è una data memorabile. Su cui scherzare, persino. «Ora vado a smontare il dl sicurezza», ironizza il segretario federale atteso in Cdm per varare il correttivo alla contestata norma sui rimpatri.
Decreto Sicurezza, Cuperlo cita Cetto La Qualunque contro il bonus rimpatri
E dire che hanno dovuto insistere, le opposizioni, per ricordare la Liberazione in aula, prima del voto finale. La maggioranza voleva sbrigare la pratica in coda, sapendo bene che di venerdì a quell’ora sarebbero rimasti in pochi. Ottenuto l’ok, in fondo a una seduta fiume proseguita sino alle 7 del mattino — 106 interventi notturni, oltre metà del Pd, incluso Gianni Cuperlo nei panni di un esilarante Cetto La Qualunque (esprit del populismo sovranista al governo) — la disfida si accende. Il capogruppo 5S Riccardo Ricciardi apre con un «buon 25 Aprile» a tutti, evocando «ora e sempre Resistenza». La dem Chiara Braga, fazzoletto dell’Anpi al collo, attacca: «Dobbiamo difendere la Costituzione e la nostra democrazia anche da una parte della destra che ancora non riesce a dichiararsi antifascista». L’atmosfera si scalda, ma tocca a Gianfranco Rotondi, l’ex dc folgorato sulla via dei Fratelli, arroventarla: «Se al posto di Togliatti ci fossero stati i mozzaorecchi della sinistra di oggi, difficilmente questo Paese avrebbe avuto 80 anni di libertà e pace», provoca. Durissima la replica di Nicola Fratoianni: «I mozzaorecchi della sinistra di oggi vengono da una lunga storia. Quella di chi ha dato il sangue per liberare l’Italia. Di chi è morto per consentire anche a voi, a chi ha nel simbolo del partito la fiamma tricolore, di poter parlare nell’aula della Camera». Il riferimento a Giacomo Matteotti per nulla casuale.
È fatta. Il decreto diventa legge, la protesta esplode su una selva di cartelli: «La nostra sicurezza è la Costituzione», c’è scritto. Chi vuole sfregiarla, è il sottinteso, non passerà.