Mattarella: “Il 25 aprile festa di libertà. Ora e sempre Resistenza”
dal nostro inviato Concetto VecchioSAN SEVERINO MARCHE – «Ora e sempre Resistenza!». Sergio Mattarella finisce così il suo discorso del 25 aprile. L’aveva già fatto tre anni fa, a Cuneo. Il mondo nel frattempo è peggiorato. Stavolta ha scelto San Severino Marche. «Siamo qui perché, sulle macerie di un regime dittatoriale, anche in questo luogo si trovano le radici della Repubblica. Nata ottant’anni or sono, dalla libera scelta delle cittadine e dei cittadini italiani, solennemente sancita dal referendum istituzionale». Ribadisce che dopo l’8 settembre i fascisti collaborarono con i nazisti, «privilegiando il partito alla patria». Li chiama «zelanti complici degli hitleriani». La Repubblica nacque anche per «redimere l’onta dei collaborazionisti». Sembrano cose scontate. Ma mica tanto. L’altro giorno, al Quirinale, la sottosegretaria alla Difesa Isabella Rauti, si era limitata a ricordare «l’occupazione tedesca».
È il dodicesimo 25 aprile di Mattarella presidente. Cosa resta ancora da dire? «Questa è la festa di tutti g…
SAN SEVERINO MARCHE – «Ora e sempre Resistenza!». Sergio Mattarella finisce così il suo discorso del 25 aprile. L’aveva già fatto tre anni fa, a Cuneo. Il mondo nel frattempo è peggiorato. Stavolta ha scelto San Severino Marche. «Siamo qui perché, sulle macerie di un regime dittatoriale, anche in questo luogo si trovano le radici della Repubblica. Nata ottant’anni or sono, dalla libera scelta delle cittadine e dei cittadini italiani, solennemente sancita dal referendum istituzionale». Ribadisce che dopo l’8 settembre i fascisti collaborarono con i nazisti, «privilegiando il partito alla patria». Li chiama «zelanti complici degli hitleriani». La Repubblica nacque anche per «redimere l’onta dei collaborazionisti». Sembrano cose scontate. Ma mica tanto. L’altro giorno, al Quirinale, la sottosegretaria alla Difesa Isabella Rauti, si era limitata a ricordare «l’occupazione tedesca».
È il dodicesimo 25 aprile di Mattarella presidente. Cosa resta ancora da dire? «Questa è la festa di tutti gli italiani amanti della libertà. E intendiamo sottolineare – insieme al carattere della nostra ferma unità - la nostra determinazione nella difesa delle nostre libertà, la nostra convinta apertura a condividere, con gli altri popoli, i valori della giustizia e della pace». Non a caso dice «le nostre libertà». Intese come diritti, democrazia, libertà di parola. Non sono valori messi pesantemente in pericolo?
Sembra estate. San Severino Marche è pavesata di tricolori. Dieci anni fa venne ferita dal terremoto. La sindaca Rosa Piermattei ne ricorda la resilienza. Neri Marcoré legge Giorgio Bocca e le lettere dei partigiani condannati a morte, nel sottofondo risuona la "Bella ciao” straziante di Daniele Di Bonaventura al bandoneon. Il piccolo teatro, pieno di studenti, è intitolato a Feronia, «una sorta di dea della libertà», ricorda il presidente.
Ma non siamo riuniti qui per una cerimonia di maniera. «Facciamo memoria del 25 aprile, data della Liberazione del nostro Paese», precisa. «A muoverci non è un sentimento celebrativo, tanto meno la pretesa di una storia scritta in obbedienza ad astratte posizioni ideologiche. A muoverci è l’amore di patria». La Resistenza ebbe «a donare alla Repubblica personalità e classi dirigenti di spessore». Menziona Carlo Alberto Dalla Chiesa, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Enrico Mattei. Ma anche, con slancio, don Gaspare Morello, siciliano di Mazara del Vallo, l’unico prete a presiedere un comitato provinciale di liberazione nazionale a Fermo.
La scelta di San Severino non è casuale. Le Marche furono in prima fila nella lotta al nazifascismo. E San Severino venne insignita dal Quirinale, quattro anni fa, con la medaglia d’oro al valor civile. Gli occupanti fecero in regione 688 vittime, metà erano civili. Mattarella elenca puntigliosamente i partigiani, eroismo dopo eroismo. «Le popolazioni delle tante città e del tanti borghi della penisola seppero dar vita a una nuova Italia, verso un Paese in cui “buongiorno vuol dire davvero buongiorno”, per usare le parole con cui Vittorio De Sica concluse Miracolo a Milano». Soprattutto dopo ci sono stati «ottant’anni di pace, di sviluppo, di progresso, segni distintivi dei valori riaccolti nella Costituzione, tanto cara agli italiani». Quella Costituzione difesa col No all’ultimo referendum.
Pace quindi è la parola chiave del discorso. La cita nove volte in venti minuti. «Opporsi alla violenza dell’uomo sull’uomo: questo è il senso della Resistenza», ricorda a chi dice che è una cosa polverosa. Perciò ammonisce contro ogni revisionismo. Difende la Ue. L’Onu. Grazie a queste protezioni non abbiamo più avuto guerre. Fino ad oggi. Solo che «in questi ultimi anni stiamo assistendo, dolorosamente, ad antistoriche velleità di affievolire se non addirittura di rimuovere quei percorsi». Ecco perché è ancora necessaria quell’invocazione: «Ora e sempre Resistenza!».