Dopo la delusione del summit Ue a Cipro, formalmente Giorgia Meloni tiene il punto. La maggioranza di centrodestra vuole chiedere ufficialmente, con un voto in Parlamento, lo stop al patto di stabilità per la crisi in Medio Oriente. Accadrà giovedì, nell’aula della Camera, quando si voteranno le risoluzioni legate al Dfp, il documento di finanzia pubblica. Il ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti è al lavoro per la parte tecnica, i partiti di governo s’ingegnano sui messaggi politici. E ai piani alti di FdI danno per «molto probabile» la reiterazione della richiesta: allentare i vincoli, alla svelta, l’Ue cambi passo.
Anche se da questo orecchio a Bruxelles continuano a non sentire. E allora, sottotraccia, si vagliano le alternative. In un documento interno di FdI, si parla della clausola di salvaguardia nazionale, una delle novità della riforma del patto di stabilità licenziata nel 2024. Von der Leyen, da Agia Napa, ha escluso la sospensione del patto per tutta l’Unione. Il …
Dopo la delusione del summit Ue a Cipro, formalmente Giorgia Meloni tiene il punto. La maggioranza di centrodestra vuole chiedere ufficialmente, con un voto in Parlamento, lo stop al patto di stabilità per la crisi in Medio Oriente. Accadrà giovedì, nell’aula della Camera, quando si voteranno le risoluzioni legate al Dfp, il documento di finanzia pubblica. Il ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti è al lavoro per la parte tecnica, i partiti di governo s’ingegnano sui messaggi politici. E ai piani alti di FdI danno per «molto probabile» la reiterazione della richiesta: allentare i vincoli, alla svelta, l’Ue cambi passo.
Anche se da questo orecchio a Bruxelles continuano a non sentire. E allora, sottotraccia, si vagliano le alternative. In un documento interno di FdI, si parla della clausola di salvaguardia nazionale, una delle novità della riforma del patto di stabilità licenziata nel 2024. Von der Leyen, da Agia Napa, ha escluso la sospensione del patto per tutta l’Unione. Il governo italiano allora spinge per attivare quella nazionale, prevista dall’articolo 26 della riforma. «È uno degli strumenti più importanti», si legge nel documento del partito della premier. «In concreto, permette a un singolo Stato di deviare temporaneamente dal percorso di riduzione del deficit e del debito previsto nel proprio piano, cioè di spendere di più rispetto ai limiti concordati, quando si verificano situazioni particolari». I margini di manovra sarebbero ampi, sforamento fino all’1,5% su più anni, fino a quattro. Non basta la richiesta, però, ovviamente. Serve il disco verde Ue. «Il Paese chiede di attivarla, la Commissione europea valuta se le condizioni sono rispettate e, se dà parere positivo, propone l’attivazione al Consiglio, che decide». Il punto è questo: nell’esecutivo in pochi credono che l’Ue ceda anche su questo. Difficile che il commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, non si metta di traverso.
Insomma il nodo è tutt’altro che sciolto. Anche sulla rimodulazione dei fondi residui Ue destinati al Pnrr (o alla coesione), nel governo ci sono opinioni contrastanti. Le principali, contrarie. Perché la coesione è stata appena riprogrammata, se n’è occupato il ministro delle Politiche Ue, Tommaso Foti, e quanto al Pnrr, mancano ormai due mesi alla scadenza. Altro discorso è la proposta lanciata ieri dal presidente francese, Emmanuel Macron, di ritardare il pagamento dei rimborsi del Recovery, perché farlo adesso, in una situazione di penuria di risorse, sarebbe «stupido». A Palazzo Chigi parlano di un’«ipotesi allo studio», di cui Meloni ha discusso personalmente a Parigi. Anche se va capito quale sia l’obiettivo: Macron suggerisce di sfruttare le risorse per gli investimenti nella difesa e nell’Ia. Mentre il tarlo di Meloni è l’energia.
Se dall’Ue non arrivassero risposte, il governo farà da solo? Uno scostamento è dato per molto probabile. Anche se limitato, si ragiona dello 0,2%. Pochi soldi, che invece servono con urgenza. La priorità è la benzina: nel Cdm di martedì il governo intende rinnovare gli aiuti contro il caro-carburante. Ma il Mef è ancora al lavoro sulle coperture.
L’opposizione naturalmente ha gioco facile nell’incunearsi tra le difficoltà del governo. Il leader del M5S, Giuseppe Conte, attacca proprio sui conti: «Il governo ha firmato accordi su accordi in Europa, il patto di stabilità, per l’impegno sulle armi. Stanno buttando i nostri soldi nelle armi».