VENEZIA – Bye bye, Venezi, non entrerai in questo tempio dove persino Maria Callas ti fa ciao con la mano, affacciata a una finestra del Gran Teatro alla Fenice. È una vecchia foto, s’intende, ma la Divina dà il senso delle cose, avendo esordito qui nel 1947, e diretta da uno come Tullio Serafin nel Tristano e Isotta di Wagner. Fu un successo, e pensate invece alla triste uscita di scena della direttrice d’orchestra Venezi, che però vuole farsi chiamare direttore, e non maestra, ma maestro — defenestrata dopo 7 mesi di tensioni e lotte che hanno sconvolto un teatro famoso nel mondo, e anche una città, e che città.
E qui si vota, il 24 e 25 maggio, per il nuovo sindaco che non sarà più Luigi Brugnaro, e che potrebbe essere il candidato del centrosinistra Andrea Martella. Sull’onda del caso Venezi, il senatore del Pd potrebbe riuscire a sedersi sul trono che Brugnaro tiene inchiavardato da 11 anni, e infatti “no ne podemo più”, dice Tiziana Plebani, già Bibliotecaria responsabile della …
VENEZIA – Bye bye, Venezi, non entrerai in questo tempio dove persino Maria Callas ti fa ciao con la mano, affacciata a una finestra del Gran Teatro alla Fenice. È una vecchia foto, s’intende, ma la Divina dà il senso delle cose, avendo esordito qui nel 1947, e diretta da uno come Tullio Serafin nel Tristano e Isotta di Wagner. Fu un successo, e pensate invece alla triste uscita di scena della direttrice d’orchestra Venezi, che però vuole farsi chiamare direttore, e non maestra, ma maestro — defenestrata dopo 7 mesi di tensioni e lotte che hanno sconvolto un teatro famoso nel mondo, e anche una città, e che città.
E qui si vota, il 24 e 25 maggio, per il nuovo sindaco che non sarà più Luigi Brugnaro, e che potrebbe essere il candidato del centrosinistra Andrea Martella. Sull’onda del caso Venezi, il senatore del Pd potrebbe riuscire a sedersi sul trono che Brugnaro tiene inchiavardato da 11 anni, e infatti “no ne podemo più”, dice Tiziana Plebani, già Bibliotecaria responsabile della Marciana, e attualmente a Ca’ Foscari. Intanto, siamo seduti al caffè al Theatro, che è a due passi dalla Fenice, e c’è calca per entrare a un incontro del Festival della Resistenza e della Repubblica, proprio qui di fronte. E di cosa si parla, se non dell’affaire Venezi, in città crudelmente soprannominata “bioscalin”, essendo stata testimonial dell’azienda di prodotti per capelli. Ma più che della direttrice, si parla degli effetti benefici che la sua caduta ha provocato sull’umore generale, e su una desiderata spinta elettorale verso sinistra.
Qui l’altra sera si è brindato alla vittoria, tra spritz e birre, maestranze, orchestrali e popolo, tra cui Giorgio Peloso Zantaforni, docente di liceo e responsabile di Sconcerto grosso, movimento collettivo di gente qualunque, ma perlopiù giovani come lui è, che ha sostenuto la battaglia degli orchestrali. E parlando con il prof si capisce una cosa importante: non è mica finita qui. Il leone di San Marco ha il libro chiuso, che significa guerra, anzi “guèra”, nella storia della Serenissima. «Ci sono tre responsabili di questo caso. Il sindaco, che se ne andrà. Il sovrintendente Colabianchi, e il ministro Giuli». Colabianchi ieri era chiuso in ufficio, aperto un attimo al Tg Veneto per dire che tagliare la Venezi, da lui stessa incaricata, «mi è costato, perché non era previsto». Ma «ha fatto dichiarazioni che io non potevo pensare che volesse reiterare… lesive della dignità dell’istituzione, e questo non era più tollerabile».
«Ecco», dice Peloso Zantaforni, «le offese ai lavoratori, che sono stati eroi. Minacciati di tagli di stipendio, di azioni disciplinari, di essere comunisti, sindacalisti, figli di papà». Ma loro, rocciosi come operai della vecchia Breda, hanno resistito. «Ora bisogna continuare con questa azione di civismo ritrovato, e tornare a chiedere le dimissioni di Colabianchi». In una città «che sembrava dormiente», si è verificato a sorpresa quello che Gianfranco Bettin, sociologo e consigliere in Comune di Avs, definisce «dissenso plateale, nel vero senso del termine». In platea, coinvolgendo il pubblico e poi serpeggiando il malumore tra campielli e calli, con quella pioggia di volantini che sono una citazione storica, per chi conosce la storia: il Viva Verdi buttato in faccia agli austriaci alla Scala, e lo stesso in “Senso” di Visconti, scena ambientata proprio alla Fenice.
«Un messaggio chiaro contro uno stile di governo, locale e centrale. Venezia è rimasta molto colpita da questa vicenda», dice Bettin, e questo al di là dell’indagine giudiziaria in cui è coinvolto Brugnaro, «ma per quel suo partito-azienda che ha governato la città in modo autoreferenziale, senza confronto». Poi c’è il capitolo Biennale, «che però è polemica tutta interna alla destra», ma stupisce che in contemporanea esplodano due casi simili, a qualche centinaio di metri di distanza, Giuli che non verrà all’inaugurazione perché Buttafuoco ha invitato i russi, e qui la direttrice prima portata in palmo di mano (dal sindaco, dal sovrintendente, da Zaia, che era ancora governatore) e poi mollata come una scarpa vecchia. E la Lega? Attualmente silenziosa, come se non fossero cose d’interesse, ma baruffe, robette di sestiere.
E invece. «Anche i ragazzi di questo caffè si sono messi la spilletta della protesta», dice Giuseppe Saccà, capogruppo Pd in Comune. «Il caso ha coagulato nuove energie, la gente ha alzato la testa contro l’arroganza del potere», a maggior ragione quando la Venezi ha cominciato a picchiare duro sugli orchestrali. «Tutti ci hanno appoggiato, forse perché tutti sanno che alla Fenice si entra per merito, con una selezione molto dura». Altro che figli di papà, dice Margherita Miramonti, professoressa di orchestra, violinista, e figlia di un maestro di musica alle medie di Magenta, provincia di Milano. «Resta un capitolo da chiarire», ed è il sovrintendente: «Non ha mai preso le nostre difese, anzi ci ha abbandonato». Inoltre, l’ultimo direttore ospite è stato «Chung, con cui abbiamo fatto la tournée in Corea e poi qui, la Seconda di Mahler», e basta quel nome per capire il livello.