C’è una versione ordinata, costruita con cura, depositata agli atti. Ed è la versione su cui si fonda la grazia concessa a Nicole Minetti: una storia di redenzione personale, di reinserimento, di volontariato. E soprattutto la storia di un bambino malato, abbandonato alla nascita, che ha bisogno della madre per curarsi. È questo il cuore della memoria difensiva firmata dall’avvocata Antonella Calcaterra: la pena non serve più, la vita è cambiata, la priorità è il minore.
Ma quando quella versione viene messa accanto ai fatti emersi in queste ore tutto smette di essere lineare. E si apre una sequenza di contraddizioni che non riguardano dettagli, ma i presupposti stessi della grazia. Fatti, è bene dirlo, che non risultano dai documenti arrivati al Quirinale: né quindi dalla istruttoria della procura generale. Né tantomeno dal lavoro del ministero della Giustizia che non ha chiesto, come pure avrebbe potuto fare, alcun supplemento di controlli prima di inviare gli atti al Colle.
La prim…
C’è una versione ordinata, costruita con cura, depositata agli atti. Ed è la versione su cui si fonda la grazia concessa a Nicole Minetti: una storia di redenzione personale, di reinserimento, di volontariato. E soprattutto la storia di un bambino malato, abbandonato alla nascita, che ha bisogno della madre per curarsi. È questo il cuore della memoria difensiva firmata dall’avvocata Antonella Calcaterra: la pena non serve più, la vita è cambiata, la priorità è il minore.
Ma quando quella versione viene messa accanto ai fatti emersi in queste ore tutto smette di essere lineare. E si apre una sequenza di contraddizioni che non riguardano dettagli, ma i presupposti stessi della grazia. Fatti, è bene dirlo, che non risultano dai documenti arrivati al Quirinale: né quindi dalla istruttoria della procura generale. Né tantomeno dal lavoro del ministero della Giustizia che non ha chiesto, come pure avrebbe potuto fare, alcun supplemento di controlli prima di inviare gli atti al Colle.
La prima crepa è quella più evidente: il bambino. Nell’istanza è «abbandonato alla nascita», senza legami familiari, inserito in un istituto e poi accolto dalla coppia. È su questa immagine che si costruisce l’urgenza morale. Ma gli atti del tribunale uruguaiano, di cui in questi giorni ha dato conto il Fatto Quotidiano, raccontano altro: il bambino aveva una madre e un padre, entrambi vivi. Non solo. Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani avviano un procedimento contro di loro per ottenere la perdita della potestà genitoriale, concluso solo nel 2023. Non un abbandono, dunque, ma una famiglia povera, dentro un contesto fragile, con cui era ancora aperto un contenzioso legale. È un cambio di prospettiva radicale: da minore senza nessuno, a minore sottratto a un nucleo esistente.
La seconda contraddizione è temporale e giuridica. La memoria insiste sul 2021 come passaggio decisivo: il bambino viene portato negli Stati Uniti e operato in una struttura altamente specializzata, il Boston Children’s Hospital. È il momento che giustifica tutto: l’impegno della madre, la necessità della sua presenza. Ma in quell’anno la procedura di adozione non era ancora conclusa. La potestà definitiva arriverà solo due anni dopo. Come sia stato possibile prendere decisioni sanitarie così rilevanti, trasferire il minore all’estero, autorizzare un intervento complesso senza un titolo pieno resta una domanda aperta. E nella memoria difensiva questo passaggio non viene problematizzato.
Il terzo punto riguarda proprio il pilastro clinico. L’istanza parla di una patologia grave, documentata, e di pareri contrari ricevuti in Italia che avrebbero reso necessario il ricorso a specialisti americani. Ma quei pareri — secondo quanto emerso — non risultano allegati né verificabili. I medici indicati non avrebbero mai visitato il bambino. Si parla del San Raffaele di Milano e dell’ospedale di Padova. Di più: a Repubblica risulta che nelle verifiche già effettuate in queste ore il minore non compare nei registri delle strutture citate. Non è una questione formale: è la base su cui si regge l’atto di clemenza. Poi c’è il contesto in cui tutto questo accade. Nella versione difensiva è un percorso di solidarietà: la coppia che frequenta l’Uruguay, sostiene un istituto per minori, apre la propria casa, costruisce relazioni. È lì che incontra il bambino. Ma altre ricostruzioni descrivono un ambiente molto più ambiguo: un sistema segnato da diseguaglianze profonde, dove gli istituti per l’infanzia sono stati al centro di scandali, tra adozioni forzate e gestione opaca dei minori. Non a caso non esiste alcun accordo per le adozioni tra Italia e Uruguay proprio perché i percorsi delle case famiglie sarebbero troppo spesso poco lineari nel merito.
Infine, gli elementi che non entrano nella memoria ma che pesano nel racconto complessivo. Come ha raccontato il Fatto, la madre biologica del bambino risulta oggi scomparsa, pochi giorni dopo l’emergere delle prime inchieste. L’avvocata che la difendeva è morta carbonizzata insieme al marito, in un caso su cui si indaga per duplice omicidio. C’è poi il tema: ma davvero la coppia conduce una vita irreprensibile? Ci sono elementi che fanno pensare al contrario: dalle feste, di cui si è parlato, nel ranch con le squillo gestite da Minetti (ogni mondo è Villa Certosa) ai rapporti tra Cipriani e Jeffrey Epstein. «Sono tutte notizie false», ha detto però ieri sera l’igienista dentale, ora graziata. «Ho dato già mandato ai miei legali: è stata lesa la mia reputazione».