ROMA – Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate e animatore del movimento civico Più Uno, condivide l’idea di fondo del saggio Contro la paura di Carlo Bonini e Franco Gabrielli: esiste una via democratica e di sinistra alla sicurezza, al di là della demagogia e degli slogan populisti.
Nel libro si sostiene che la destra populista abbia messo a punto un “format della paura”, basato sulla costruzione di un nemico e non sulla soluzione dei problemi. Per quale ragione?
«È una costante dei governi di destra in tutto il mondo, compreso quello di Giorgia Meloni, perché il senso di insicurezza diventa un motore di consenso. Il merito di questo lavoro sta appunto proprio nello sforzo di smascherare tutta la retorica che …
ROMA – Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate e animatore del movimento civico Più Uno, condivide l’idea di fondo del saggio Contro la paura di Carlo Bonini e Franco Gabrielli: esiste una via democratica e di sinistra alla sicurezza, al di là della demagogia e degli slogan populisti.
Nel libro si sostiene che la destra populista abbia messo a punto un “format della paura”, basato sulla costruzione di un nemico e non sulla soluzione dei problemi. Per quale ragione?
«È una costante dei governi di destra in tutto il mondo, compreso quello di Giorgia Meloni, perché il senso di insicurezza diventa un motore di consenso. Il merito di questo lavoro sta appunto proprio nello sforzo di smascherare tutta la retorica che ha accompagnato il tema della sicurezza».
Negli ultimi mesi un po’ tutti i leader del centrosinistra hanno iniziato a battere su questo tasto. Manca qualcosa per essere credibili?
«Intanto noto che c’è questo tentativo di “contronarrazione” rispetto alla propaganda portata avanti in questi anni dalla destra. Forse bisogna insistere sul fatto che la sicurezza è la condizione per l’esercizio di tutti gli altri diritti costituzionali».
Sta dicendo che l’obiettivo di garantire più sicurezza è giusto, ma la differenza sta nei modi?
«Sì, la sinistra deve cercare di dare risposte concrete alle persone più indifese, più vulnerabili, ai commercianti, a chi vive in contesti di degrado dove la non presenza capillare dello Stato è maggiormente sentita».
La politica progressista non deve avere paura di affrontare questo tabù?
«No, perché è il presupposto, come dicevo, della difesa dei diritti individuali, della stessa libertà che abbiamo appena celebrato con il 25 Aprile. Ma se la destra declina la sicurezza solo come repressione e arresti, la sinistra deve parlare di presidi culturali, di carceri disumane, illuminazione delle strade, di servizi sociali, lavoro, formazione, di cura dei territori. La sinistra può rivendicare di poter affrontare la sicurezza a 360 gradi».
Siamo al quarto decreto sicurezza di questo governo, eppure la stessa Meloni ha ammesso in Parlamento di non essere soddisfatta dei risultati. È il “panpenalismo” che aumenta i reati senza risolvere i problemi?
«Sono decreti che risolvono i problemi sulla gazzetta ufficiale, non nella vita reale di tutti noi. È un modo di governare solo con l’annuncio di nuovi provvedimenti, che conferma un fatto: i precedenti decreti non sono serviti a nulla, tanto che ne hanno fatto un quarto. In attesa del prossimo».
Uno dei problemi più agitati dalla destra è quello del immigrazione irregolare. Gli slogan sono semplicistici ma colpiscono: blocco navale, remigrazione. E la sinistra come risponde?
«Iniziamo a dire che l’economia ha bisogno di un’immigrazione regolare, tanto che i decreti flussi di questo governo – formato da partiti che paventavano la sostituzione etnica quando erano all’opposizione - hanno permesso di regolarizzare centinaia di migliaia di lavoratori. I fenomeni di marginalità o devianza vanno affrontati, ma in maniera chirurgica, sapendo che l’immigrazione è una realtà dei nostri tempi. La politica, specie quella di sinistra, dovrebbe avere il coraggio di dire ai cittadini che non esistono soluzioni semplici».
I centri in Albania lei li chiuderebbe?
«Potevano essere migliorati i centri in Italia, risparmiando qualche centinaia di milioni di euro da investire magari sull’integrazione o sull’assunzione delle forze dell’ordine. I centri in Albania erano un’idea sbagliata a monte e, comunque, non funzioneranno, al di là della volontà di Meloni».
Intanto, più che di sicurezza, nel centrosinistra si parla di primarie. Se ci saranno lei si candiderà?
«Le primarie sono uno strumento per stimolare la partecipazione dei cittadini e fanno parte della storia del centrosinistra. Se si faranno lo scopriremo, io ho dato la mia disponibilità, ma non perché ho il desiderio irrefrenabile di candidarmi: le primarie sono anche un modo per raccontare il Paese che abbiamo in mente e intercettare i problemi veri delle persone, anche riguardo alla sicurezza».