VENEZIA – Tira un’aria di burrasca — non solo meteo — su questo grazioso Padiglione russo, che riapre i finestroni sulla laguna e si riempie dei suoi legittimi proprietari. I russi, arrivati senza fanfara e già al lavoro per allestire la loro performance. Come minimo, rischiano alte grida di protesta, lanci di uova marce, buuh. Ma chi se ne importa, l’importante è esserci, all’appuntamento del 5 maggio, preinaugurazione della Biennale, e vedremo come andrà.
Intanto, tutta l’area resta proibita per via dei lavori in corso, e soprattutto questa, la villa costruita nel 1914 — lo zar Nicola II ancora regnante — dall’architetto Aleksej Shchusev, che dieci anni dopo progettò il mausoleo di Lenin, sulla piazza Rossa. Nulla è cambiato, da allora, in questo padiglione di un tenue verde, a parte una corona di telecamere e l’impianto di condizionamento. Sul tetto a vetrate vola ancora l’aquila bicipite, tornata simbolo della Russia dopo la fine dell’Unione Sovietica, ma qui nessuno aveva mai pen…
VENEZIA – Tira un’aria di burrasca — non solo meteo — su questo grazioso Padiglione russo, che riapre i finestroni sulla laguna e si riempie dei suoi legittimi proprietari. I russi, arrivati senza fanfara e già al lavoro per allestire la loro performance. Come minimo, rischiano alte grida di protesta, lanci di uova marce, buuh. Ma chi se ne importa, l’importante è esserci, all’appuntamento del 5 maggio, preinaugurazione della Biennale, e vedremo come andrà.
Intanto, tutta l’area resta proibita per via dei lavori in corso, e soprattutto questa, la villa costruita nel 1914 — lo zar Nicola II ancora regnante — dall’architetto Aleksej Shchusev, che dieci anni dopo progettò il mausoleo di Lenin, sulla piazza Rossa. Nulla è cambiato, da allora, in questo padiglione di un tenue verde, a parte una corona di telecamere e l’impianto di condizionamento. Sul tetto a vetrate vola ancora l’aquila bicipite, tornata simbolo della Russia dopo la fine dell’Unione Sovietica, ma qui nessuno aveva mai pensato di toglierla, e lì è rimasta.
Ed ecco un giovane, charmant come il conte Vronskij, che esce sulla terrazza a telefonare, nel via vai di operai impegnati al silenzio, tra i misteriosi ospiti arrivati da Mosca ora dentro asserragliati. E arrivano gli scatoloni, c’è da preparare lo spettacolo che non sarà solo russo, e praticamente sarà invisibile ai più. Cinquanta tra musicisti, attori, poeti, russi ma anche argentini, messicani, brasiliani e maliani, parteciperanno a “The Tree is Rooted in the Sky”, «polifonia multilingue di culture che non si considerano periferiche rispetto all’Occidente», ha spiegato Mikhail Shvydkoy, già ministro della Cultura. E sembra di capire che sarà piuttosto folk, data la presenza dei Toloka, musicisti etnici che già si sono esibiti per i soldati in partenza per l’Ucraina, e una donna buriata a danzare e cantare. Il tutto verrà trasformato in un video e proiettato in loop nel padiglione, che però sarà chiuso al pubblico. I visitatori potranno solo sbirciare dalle finestre, e ascoltare la musica (cosa significhi tutto questo, non è dato sapere) che pioverà nel giardino.
Partecipano all’opera due italiani. L’attore Marco Dinelli, ormai felicemente russificato e presente a Mosca con progetti e società nel mondo dello spettacolo, e un certo Antonio Buonuario, che rintracciato dalle parti di Caserta, dove risulta attivo come architetto, risponde prontamente «Non sono io, è un omonimo!». Su tutto vigila la commissaria Anastasia Karneeva, intravista dietro i finestroni e poco propensa al dialogo, neanche con l’intercessione di un moldavo di buona volontà, «la commissaria parla inglese, spagnolo e russo. Che lingua sceglie?». Ma poi lei non si affaccia, e adieu.
Ma forse è meglio così, perché la temibile Karneeva è putiniana di ferro, e tutti sbattono i tacchi al suo cospetto. Figlia di Nikolaj Volobuoev, vice amministratore delegato di Rostec (settore difesa e alte tecnologie), studi a Londra, e prima direttrice di Christie’s a Mosca, nel 2008. Socia di affari in SmartArt (consulenze artistiche) con Ekaterina Vinokurova, figlia del ministro degli Esteri, Sergej Lavrov. Insomma, due famiglie di primo piano nella Russia di oggi, collezioniste d’arte e anche di molte sanzioni. Usa e Ue.
Cosa succederà, se già ora si pensa a come tenere separati gli artisti ucraini (che hanno spazio all’Arsenale) da quelli russi, e già ieri qualcuno si disperava — su e giù tra i vialetti — pensando a come proteggere gli israeliani, da eventuali contestazioni, o peggio, e speriamo di no.