ROMA – A Roma è iniziata la campagna elettorale. La riforma per dare alla Capitale più poteri, unevergreen parlamentare da oltre quattro lustri, nasce e muore nel volgere di poche ore. Alle sei di sera, la Camera vota sì alla proposta di legge costituzionale, in prima lettura. Centrodestra a favore (con Azione), M5S e Avs contro. Il Pd (con Iv) si astiene. A quel punto Giorgia Meloni chiama subito il game over: il percorso «si interrompe», dice la premier via nota di palazzo Chigi. Sotto sotto, a Fratelli d’Italia non dispiace troppo. Anzi, da settimane i deputati romani della fiamma ragionavano su come sfruttare quello che considerano «un clamoroso assist» della sinistra. L’idea è di impostare sul «tradimento» del Pd un pezzo della (tribolata) corsa per il Campidoglio: voto previsto la prossima primavera, a ridosso delle Politiche, perché a Meloni hanno sconsigliato l’election day, considerato che nelle grandi città, si è visto al referendum, prevale il campo largo.
ROMA – A Roma è iniziata la campagna elettorale. La riforma per dare alla Capitale più poteri, unevergreen parlamentare da oltre quattro lustri, nasce e muore nel volgere di poche ore. Alle sei di sera, la Camera vota sì alla proposta di legge costituzionale, in prima lettura. Centrodestra a favore (con Azione), M5S e Avs contro. Il Pd (con Iv) si astiene. A quel punto Giorgia Meloni chiama subito il game over: il percorso «si interrompe», dice la premier via nota di palazzo Chigi. Sotto sotto, a Fratelli d’Italia non dispiace troppo. Anzi, da settimane i deputati romani della fiamma ragionavano su come sfruttare quello che considerano «un clamoroso assist» della sinistra. L’idea è di impostare sul «tradimento» del Pd un pezzo della (tribolata) corsa per il Campidoglio: voto previsto la prossima primavera, a ridosso delle Politiche, perché a Meloni hanno sconsigliato l’election day, considerato che nelle grandi città, si è visto al referendum, prevale il campo largo.
Perché i meloniani gridano al «tradimento»? Nel chiuso di palazzo Chigi, a inizio anno, la premier aveva ricevuto il sindaco di Roma, il dem Roberto Gualtieri. E aveva mediato con il ministro leghista Roberto Calderoli, che avrebbe voluto estendere a tutte le città metropolitane i poteri «legislativi» che con la riforma passerebbero all’Urbe. La premier era convinta di avere strappato un compromesso: alle altre città andrebbero solo ulteriori deleghe «amministrative» (al netto dell’odg ripresentato ieri dalla Lega, non vincolante). Roma invece avrebbe poteri concorrenti al governo, su settori chiave: trasporti, edilizia, cultura.
Il patto, nella lettura di palazzo Chigi, non ha retto perché si è sfilato il Pd. I dem respingono le accuse: la destra, è la replica, non ci ha garantito che la legge ordinaria abbinata alla riforma costituzionale - per intenderci: quella con dentro soldi e poteri concreti - sarebbe stata pronta per le elezioni comunali. Non ci sarebbe stata la certezza che, se vincesse di nuovo Gualtieri, avrebbe avuto un mandato bis con il booster.
Il sindaco in realtà si tiene alla larga dalle polemiche. «Sarebbe stato auspicabile un consenso più ampio, il clima di tensione tra i partiti non è stato d’aiuto», mette a verbale. Spera ancora che «il processo prosegua». Ma è la stessa Meloni a suonare il gong. Perché senza i due terzi del Parlamento servirebbe un referendum confermativo, come sulla giustizia. E sia a destra che a sinistra giudicano una follia chiamare alle urne i cittadini dello Stivale, da Busto Arsizio a Caltanissetta, per una norma che impatta solo su Roma. Meloni il referendum non lo vuole. E prepara le elezioni. Dunque «con amarezza e stupore - dice - registriamo la decisione del Pd». Il testo, sostiene la premier, aveva raccolto le proposte di Gualtieri. Ma il Pd «ha deciso di non rispettare gli impegni, ne renderanno conto di fronte ai cittadini». Il presunto strappo, a sentire la premier, non vale solo per la riforma della Capitale: «È impossibile accogliere l’invito del Pd a fare riforme condivise». A via della Scrofa i più traducono così: vale anche per la legge elettorale.
A dirla tutta, dentro il Pd c’è stato un dibattito, su come votare. C’è chi non avrebbe voluto strappare. Il deputato (ed ex assessore di Veltroni) Roberto Morassut ha trovato un punto di mediazione, illustrando all’aula «l’astensione costruttiva» dei dem. A FdI non basta. Per il senatore Andrea De Priamo, mediatore dei Fratelli sul ddl, «il Pd ha dimostrato di far prevalere, con una ipocrita astensione, lo spirito di fazione». «Interessi di bottega», li chiama un altro meloniano, Marco Perissa. Il vicepremier forzista Antonio Tajani chiede al Pd di ripensarci, nelle successive letture. Ma anche a destra, che la riforma vada in porto, non ci crede più nessuno. La corsa per il Campidoglio è iniziata.