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Crescita asfittica e riforme al palo: ma il governo Meloni è il secondo più longevo dal dopoguerra

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L’esecutivo supera la boa dei 1287 giorni, sopravanzando il Berlusconi IV. Per raggiungere il primo gradino del podio bisognerà attendere il prossimo 4 settembre
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Giorgia Meloni fa la ruota: “Da oggi il governo che ho l’onore di guidare diventa il secondo più longevo della storia repubblicana”. Ci deve essere un qualche incantesimo che afferra gli inquilini di palazzo Chigi appena salgono al primo piano e scorrono la galleria di ritratti di chi li ha preceduti. “Posso fare meglio di loro, resisterò un giorno in più”. È la sindrome di Dorian Gray, che li vede sempre freschi mentre il loro ritratto sulla parete ingiallisce. Silvio Berlusconi ne era ossessionato, voleva battere tutti i record di longevità e maledisse Marco Follini, all’epoca segretario dell’Udc, che lo costrinse al rimpasto – e quindi al bis – nella primavera del 2005, azzerando il contatore di uno dei governi più longevi della storia.

La stessa ossessione sembra aver preso Giorgia Meloni, che proprio oggi – sabato 2 maggio – supera la boa dei 1287 giorni, collocandosi al secondo posto tra i governi più lunghi della storia repubblicana (meglio partire dal 1945, perché prima ci sar…

Giorgia Meloni fa la ruota: “Da oggi il governo che ho l’onore di guidare diventa il secondo più longevo della storia repubblicana”. Ci deve essere un qualche incantesimo che afferra gli inquilini di palazzo Chigi appena salgono al primo piano e scorrono la galleria di ritratti di chi li ha preceduti. “Posso fare meglio di loro, resisterò un giorno in più”. È la sindrome di Dorian Gray, che li vede sempre freschi mentre il loro ritratto sulla parete ingiallisce. Silvio Berlusconi ne era ossessionato, voleva battere tutti i record di longevità e maledisse Marco Follini, all’epoca segretario dell’Udc, che lo costrinse al rimpasto – e quindi al bis – nella primavera del 2005, azzerando il contatore di uno dei governi più longevi della storia.

La stessa ossessione sembra aver preso Giorgia Meloni, che proprio oggi – sabato 2 maggio – supera la boa dei 1287 giorni, collocandosi al secondo posto tra i governi più lunghi della storia repubblicana (meglio partire dal 1945, perché prima ci sarebbe quel precedente che…be’, ci siamo capiti), superando quel Berlusconi IV dove peraltro esordì una ragazza della Garbatella come ministra della Gioventù.

È il mito della stabilità come valore assoluto, come dogma “perché altrimenti in Europa non si può contare, nemmeno ti riconoscono”. Hanno ribattezzato persino la riforma della legge elettorale come “Stabilicum”, sperando di poter inchiavardare per cinque anni a palazzo Chigi il futuro capo del governo grazie a una maggioranza bulgara. Stabilità come condizione necessaria per lasciare un segno, per riforme durature, di sistema, contro l’insostenibile leggerezza dei governi farfalla, quelli di una sola stagione, governi di pochi mesi, “balneari” come si diceva nel lessico della Prima Repubblica, fino al record di appena due settimane del De Gasperi del 1953. Tutto giusto, a patto che la stabilità, così tanto agognata e raggiunta, non diventi immobilità, “perinde ac cadaver”, per storpiare la regola dei gesuiti. Stabili sì, ma per fare cosa?

Lasciando Meloni a inseguire il podio assoluto, che se tutto va bene e Nordio permettendo arriverà il 4 settembre di quest’anno, vediamo dunque com’era l’Italia del 2022 e com’è quella di oggi.

Partiamo dalla nostra palla al piede, il debito pubblico: con il governo Meloni il debito è cresciuto sensibilmente in valore assoluto, di circa 380 miliardi, mentre è diminuito il suo peso sull’economia nazionale. Nel 2022 era pari a circa 2.762 miliardi di euro, corrispondenti al 144,4% del Pil, oggi la Banca d’Italia lo quota a 3.140 miliardi, con un rapporto debito/Pil sceso attorno al 138%. Quindi malino, anche perché la crescita del Pil nominale è stata sostenuta soprattutto dall’inflazione e, in misura molto minore, dalla crescita economica reale.

Oltretutto, dopo il calo registrato tra il 2022 e il 2024, il rapporto debito/Pil ha smesso di diminuire e nel 2025-2026 ha mostrato una lieve risalita. E veniamo allora alla crescita, dove i risultati sono da sei meno meno.

Meloni prende una crescita in rallentamento rispetto al boom post-pandemia dei governi Conte II e Draghi. Il +4,7% del 2022 diventa 0,7 l’anno successivo e si mantiene sullo zero virgola anche negli anni successivi. È vero, lo spread cala, anche perché la Germania va male e i titoli italiani sono misurati su quelli tedeschi, ma la nostra crescita resta asfittica, la produzione industriale è ferma, l’Ilva resta una cattedrale nel deserto e il Pnrr una grande scommessa sprecata. Nessuna grande svolta, produttività sempre al palo, nessuna trasformazione dell’Italia verso le rinnovabili, ma nemmeno il nucleare, che resta un annuncio da convegni.

E le mitiche riforme? L’autonomia differenziata è stata affondata dai rilievi della Corte costituzionale, il premierato è stato approvato al Senato ma da due anni sonnecchia alla Camera, la riforma della giustizia è stata bocciata dagli italiani, il reddito di cittadinanza è stato abolito ma la povertà aumenta a dispetto dell’assegno di inclusione. La riforma fiscale, con la riduzione degli scaglioni, il concordato preventivo biennale per le partite Iva e le semplificazioni fiscali, è forse la parte più avanzata del programma di governo. Ma ancora gran parte del peso fiscale ricade sui lavoratori dipendenti e pensionati, mentre la somma non tocca evasori grandi e piccoli, pettinati dal governo con i condoni.

Dove Meloni può legittimamente appuntarsi al petto la medaglia è l’occupazione. Il tasso di occupazione è arrivato fino al 62,7%, il dato più alto dall’inizio delle serie storiche moderne, la disoccupazione è scesa sotto il 6%. Ma i salari reali continuano a essere tra i più bassi d’Europa e una parte del miglioramento statistico dell’occupazione deriva anche dal calo demografico e dall’invecchiamento della popolazione, che riducono la platea attiva. Inoltre, l’Istat avverte che cresce ancora il numero degli “inattivi”, cioè persone che non lavorano ma non cercano neppure un impiego.

Ci sarebbe ancora moltissimo da dire sul bilancio di questi quattro anni, dai decreti sicurezza ai centri immigrati in Albania, dagli scandali che hanno investito e costretto alle dimissioni ministri e sottosegretari alla politica estera fondata sul mitico “ponte” tra Europa e Stati Uniti, affondato dall’amico Trump, con dazi all’Italia e, da ultimo, persino la minaccia del ritiro dei militari Usa. Ma intanto il record di longevità nessuno glielo può negare, così come quello di essere stata la prima donna a varcare il portone di palazzo Chigi.

Il centrosinistra, specialista nel gambizzare i suoi presidenti del Consiglio, dovrebbe prendere nota che i quattro primi governi nella classifica dei più longevi sono di centrodestra (considerando tale anche quello guidato da Craxi con la maggioranza di pentapartito). Il primo di centrosinistra, con Renzi, è solo quinto. Una riflessione il campo largo la dovrebbe fare.

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