Nel cantiere Biennale vicino al padiglione russo l’opera simbolo ucraina
dal nostro inviato Dario PappalardoVENEZIA – E il cervo della resistenza ucraina si ritrova a due passi dai russi. Invasi e invasori fianco a fianco. Scenari impossibili ai tavoli delle trattative, si verificano alla Biennale di Venezia. Mentre le polemiche per il ritorno della Russia non si placano – e dopo le dimissioni della giuria – il cantiere della mostra internazionale più importante del mondo si avvia alle battute finali. Con un altro colpo di scena. Ai Giardini è stata appena installata, sospesa da una gru, The Origami Deer, l’opera simbolo dell’Ucraina. Si trova in una posizione di primissimo piano: sarà impossibile non vederla per i visitatori che, dal 9 maggio, procederanno verso il Padiglione centrale appena restaurato. E – in maniera per niente casuale – questa scultura che raffigura un origami gigante a forma di cervo svetta a distanza ravvicinata dal Padiglione della Russia.
Biennale, le polemiche non fermano il padiglione russo: la…
VENEZIA – E il cervo della resistenza ucraina si ritrova a due passi dai russi. Invasi e invasori fianco a fianco. Scenari impossibili ai tavoli delle trattative, si verificano alla Biennale di Venezia. Mentre le polemiche per il ritorno della Russia non si placano – e dopo le dimissioni della giuria – il cantiere della mostra internazionale più importante del mondo si avvia alle battute finali. Con un altro colpo di scena. Ai Giardini è stata appena installata, sospesa da una gru, The Origami Deer, l’opera simbolo dell’Ucraina. Si trova in una posizione di primissimo piano: sarà impossibile non vederla per i visitatori che, dal 9 maggio, procederanno verso il Padiglione centrale appena restaurato. E – in maniera per niente casuale – questa scultura che raffigura un origami gigante a forma di cervo svetta a distanza ravvicinata dal Padiglione della Russia.
Biennale, le polemiche non fermano il padiglione russo: lavori in corso per l'installazione
Eppure il progetto ucraino ha uno spazio assegnato, da tutt’altra parte, all’Arsenale. «È stata la Biennale a chiederci di portare l’opera qui – rivelano in via ufficiosa a Repubblica dall’organizzazione del Padiglione ucraino – Ah, davvero, non è lontana dallo spazio degli artisti russi? Non ci avevamo pensato. Il cervo sospeso simboleggia lo stato di incertezza che caratterizza la vita degli ucraini e funge da metafora dello spostamento forzato».
Dai russi, che ora incrocia di nuovo sul proprio cammino, il cervo era riuscito a fuggire. Realizzato dall’artista Zhanna Kadyrova, si trovava dal 2019 su un piedistallo nel Parco Yuvileynyi, a Pokrovsk, nella regione del Donetsk. Poi, con l’avanzata dei soldati di Mosca nel 2024, Kadyrova, con l’aiuto dell’ong Museum Open for Renovation, decise di mettere in salvo la scultura che, da allora, ha cominciato a viaggiare per approdare in Laguna davanti ai suoi nemici. Le tappe del percorso saranno documentate da una installazione video all’Arsenale. Intanto, l’origami gigante sembra sfidare il Paese invasore, come un cavallo di Troia. In questa che, nelle intenzioni annunciate dal presidente Pietrangelo Buttafuoco, doveva essere “la Biennale della pace” e si è trasformata, invece, in uno specchio del mondo in fiamme. Una nuova lettera aperta, firmata tra gli altri dalla Pussy Riot Nadia Tolokonnikova e dal premio Oscar per Mr Nobody against Putin Pavel Talankin, elenca i nomi di 26 artisti detenuti in questo momento in Russia e di cinque morti in prigione. «Sono queste voci che incontri organizzati dalla Biennale sul dissenso e la pace dovrebbero onorare. Il dissenso non si riduca a un cocktail a porte chiuse». Il riferimento è alle tre serate a inviti promosse da Ca’ Giustinian, che saranno dedicate al dialogo, a partire dal 6 maggio, quando l’ospite sarà il grande regista russo Aleksandr Sokurov che di certo non è un amico di Putin.
Buttafuoco rimane in silenzio. Ieri non era a Venezia, ma ha postato su Instagram un lungo profilo-intervista elogiativo, uscito sulla rivista New Voyager dal titolo emblematico: A Free Man. Se Buttafuoco tace, i russi fanno rumore. Trapano e martello lavorano nel Padiglione datato 1914. Dalla finestra sul retro si scorge un albero installato all’interno dell’edificio che rimanda al titolo del progetto con cui Mosca si riaffaccia alla Biennale per la prima volta dall’invasione dell’Ucraina: A Tree Rooted in the Sky, un albero radicato nel cielo. Nell’aria si diffondono le note di un coro di musica popolare, verosimilmente l’ensemble Toloka. Ovvero il gruppo folk considerato filogovernativo che compare nel numeroso elenco degli artisti impegnati a registrare la performance che sarà visibile al pubblico solo attraverso gli schermi montati sulla facciata del Padiglione. A guardarli ci sarà, puntato verso di loro, anche un cervo ucraino. Un origami simbolo. Non siamo dentro Blade Runner, però, questa è la Biennale.