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Missione di Rubio a Roma. Occhi sul comando Nato di Napoli

La sede della base Nato di Capodichino a Napoli durante un evento lo scorso aprile

 

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Il segretario di Stato Usa sarà in Vaticano da Parolin, vedrà i ministri e forse la premier. Esecutivo preoccupato per le mosse di Trump sulle basi, cruciale la rete antimissilistica Usa
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ROMA – A sera, l’unico dato su cui palazzo Chigi può fare affidamento è quello di cronaca: nessuna notifica su un’eventuale riduzione strutturale di truppe americane dalle basi italiane è stata consegnata al governo di Giorgia Meloni. Non significa che non accada nell’immediato futuro, visto quanto successo ieri alla Germania. Proprio per questo, al vertice dell’esecutivo prevale un sentimento di realismo, venato di pessimismo. Un momento chiarificatore è atteso però in settimana, quando il segretario di Stato americano Marco Rubio sarà a Roma dove, ha anticipato il Corriere della sera, vedrà tra giovedì e venerdì il segretario di Stato del Vaticano Pietro Parolin e i ministri degli Esteri e della Difesa Antonio Tajani e Guido Crosetto. E non è escluso un incontro con la premier Giorgia Meloni. Una missione che nelle intenzioni proverà a favorire un riavvicinamento sia con la Santa Sede che con il governo italiano, dopo gli attacchi di Trump al Papa e all’esecutivo di Meloni. Quanto a…

ROMA – A sera, l’unico dato su cui palazzo Chigi può fare affidamento è quello di cronaca: nessuna notifica su un’eventuale riduzione strutturale di truppe americane dalle basi italiane è stata consegnata al governo di Giorgia Meloni. Non significa che non accada nell’immediato futuro, visto quanto successo ieri alla Germania. Proprio per questo, al vertice dell’esecutivo prevale un sentimento di realismo, venato di pessimismo. Un momento chiarificatore è atteso però in settimana, quando il segretario di Stato americano Marco Rubio sarà a Roma dove, ha anticipato il Corriere della sera, vedrà tra giovedì e venerdì il segretario di Stato del Vaticano Pietro Parolin e i ministri degli Esteri e della Difesa Antonio Tajani e Guido Crosetto. E non è escluso un incontro con la premier Giorgia Meloni. Una missione che nelle intenzioni proverà a favorire un riavvicinamento sia con la Santa Sede che con il governo italiano, dopo gli attacchi di Trump al Papa e all’esecutivo di Meloni. Quanto all’ultima minaccia di ritiro di militari americani dalle basi italiane, in queste ore nel governo si ricorda che già nella National Security Strategy diffusa da Donald Trump alla fine del 2025 veniva annunciato il disimpegno Usa, con il conseguente passaggio di consegne agli alleati della Nato entro il 2027, in modo da permettere a Washington di concentrarsi sul quadrante indopacifico. Un’opzione allarmante, che ha avuto ieri una prima conferma da Berlino. E che potrebbe far diventare Roma il prossimo capitolo del ritiro trumpiano.

Non è un dettaglio, per Meloni. Da mesi, la premier ribadisce la necessità di attrezzarsi in vista del nuovo corso a Washington. Nello stesso tempo, però, ha lungamente frenato nel rapporto con gli europei. Da qualche settimana, la frattura con la Casa Bianca ha riscritto nuovamente la strategia. E messo in allarme per il rischio di un disimpegno Usa. C’è un passaggio, in particolare, che al vertice del governo considerano cruciale per “pesare” le reali intenzioni del tycoon. Riguarda l’atteggiamento con cui il Pentagono gestirà la transizione di alcuni comandi operativi Nato in Europa, stabilito all’inizio di febbraio. Tra loro, il Joint Force Command di Napoli. Vigila sul fronte Sud e sarà guidato da un generale italiano. Ed è proprio dalla velocità e dall’entità del ritiro Usa dalla base di Lago Patria che palazzo Chigi potrà valutare meglio le intenzioni di Trump rispetto alla penisola.

Sulla carta, infatti, la fase di transizione potrebbe durare tre o quattro anni: un tempo congruo per costruire un percorso ordinato e assicurare un turn-over dei militari ultra qualificati che operano nella struttura napoletana (al momento, oltre metà del personale è americano). Se la Casa Bianca dovesse invece imporre un’uscita rapida, metterebbe in seria difficoltà gli italiani e il resto degli alleati.

Nel governo, intanto, si fa largo un’altra preoccupazione, anch’essa legata all’imprevedibilità delle decisioni del tycoon. Più ancora della presenza dei soldati nelle basi americane in Italia, contano le strutture che la Nato assicura al Paese: in particolare, l’architettura che fornisce difesa aerea, ancora più necessaria di fronte ai pericoli di questa fase. Come ha dimostrato il caso della Turchia, poche settimane fa durante il conflitto in Iran, è stato il dispositivo dell’Alleanza a intercettare le minacce dirette contro Ankara.

Nessuna riduzione definitiva è stata comunicata a Roma, si diceva. La guerra di Trump contro Teheran, però, ha già imposto uno spostamento temporaneo di militari Usa dalla penisola. Di certo, almeno dodici F-16 sono stati dislocati dalle basi italiane a quelle nel Golfo: con loro, non meno di trecento tra piloti, tecnici e addetti alla logistica. E poi ci sono i droni: da una decina di giorni, ha anticipato ieri su Repubblica Gianluca Di Feo, gli MQ4 Triton che spiano le postazioni dei pasdaran hanno smesso di decollare da Sigonella, partendo direttamente dalla Giordania o dall’Arabia Saudita (una circostanza che ha determinato con ogni probabilità uno spostamento di diverse decine di militari dalla base siciliana al Medio Oriente). Infine, indiscrezioni riferiscono di movimenti di parà degli Stati Uniti dalla base di Vicenza al Qatar. In tutto, non meno di cinquecento uomini via dal Paese, anche se per esigenze operative legate al conflitto.

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