Segretaria Elly Schlein, ha visto? Giorgia Meloni ha celebrato il governo sui social: è il secondo più longevo della storia della Repubblica. Un bel risultato, no?
«Non capisco cosa ci sia da festeggiare. Avevano i numeri per fare tutto e non hanno fatto nulla per migliorare la vita degli italiani. Guardi gli ultimi tre anni e mezzo: calo della produzione industriale per 37 mesi su 42, crescita zero, tasse record, costo energia più alto d’Europa, stipendi tra i più bassi e liste d’attesa infinite in sanità. Non sono risultati da rivendicare».
Per evitare il rimpasto, ha sostituito i ministri a rate: è solo la gara della durata che le interessa?
«È l’impressione che ha dato quando è venuta in Parlamento, dopo la sconfitta referendaria, sostenendo che va tutto bene: se però non vedi la fatica che fanno i cittadini alle prese con bassi salari, bollette alle stelle e un’inflazione sul carrello della spesa che sta erodendo il potere d’acquisto delle famiglie; se non ti poni il tema del ri…
Segretaria Elly Schlein, ha visto? Giorgia Meloni ha celebrato il governo sui social: è il secondo più longevo della storia della Repubblica. Un bel risultato, no?
«Non capisco cosa ci sia da festeggiare. Avevano i numeri per fare tutto e non hanno fatto nulla per migliorare la vita degli italiani. Guardi gli ultimi tre anni e mezzo: calo della produzione industriale per 37 mesi su 42, crescita zero, tasse record, costo energia più alto d’Europa, stipendi tra i più bassi e liste d’attesa infinite in sanità. Non sono risultati da rivendicare».
Per evitare il rimpasto, ha sostituito i ministri a rate: è solo la gara della durata che le interessa?
«È l’impressione che ha dato quando è venuta in Parlamento, dopo la sconfitta referendaria, sostenendo che va tutto bene: se però non vedi la fatica che fanno i cittadini alle prese con bassi salari, bollette alle stelle e un’inflazione sul carrello della spesa che sta erodendo il potere d’acquisto delle famiglie; se non ti poni il tema del rilancio dell’azione di governo, significa che hai solo voglia di tirare a campare. Non mi stupisce, questo esecutivo è nato su un patto di potere e fa di tutto per preservarlo».
Ma la stabilità non rassicura i mercati e dà credibilità al Paese?
«Certo, il problema è per fare cosa. Hanno sprecato un’occasione storica perché la stabilità di cui lei ha potuto beneficiare deriva dalle nostre divisioni nel 2022. Per fortuna quella stagione è finita, loro hanno sbagliato tutto e noi siamo in campo con un’alleanza unita e competitiva: quando vinceremo le elezioni, non faremo lo stesso errore. Questo governo ha ereditato il più grande piano di investimenti comuni, 200 miliardi, ma lascia l’Italia penultima in Europa per crescita. La stabilità se diventa immobilismo non fa bene al Paese».
Tentiamo un bilancio: crescita zero, debito/Pil al 138%, mancata uscita dall’infrazione europea. Cosa indicano questi numeri?
«La loro politica economica ha fallito. L’austerità non è bastata a farci uscire dalla procedura di infrazione, anche se il punto vero è un altro: manca una strategia per la crescita, hanno tagliato su sanità e scuola senza avere una seria politica industriale, né sostenere le retribuzioni e il potere d’acquisto che avrebbero potuto innescare una spirale positiva sui consumi. Il contrario della Spagna, che cresce anche quest’anno del 2,2% e ha ridotto il debito pubblico».
Il modello di governo è Sanchez?
«È la prova che le politiche progressiste funzionano. Ha speso presto e bene i fondi del Pnrr, aumentato il salario minimo e gli investimenti sulle rinnovabili per abbassare il costo dell’energia, messo d’accordo sindacati e imprese per ridurre i contratti precari. Il governo Meloni? Nulla».
Ha però introdotto il salario giusto, non è un passo avanti?
«Dopo tre anni si sono accorti che esiste una questione salariale. Ma è tardi. Dopo aver speso tre anni ad affossare la nostra proposta di salario minimo, hanno preso a riferimento il nostro modello: il trattamento definito dai contratti collettivi comparativamente più rappresentativi. Il principio è stato riconosciuto ma non hanno avuto il coraggio di fissare una soglia, 9 euro l’ora, sotto la quale nemmeno i contratti collettivi possono scendere. Il salario minimo esiste in 22 Paesi europei, ora facciano questo passo in più per 4 milioni di lavoratori poveri».
Intanto Trump ha annunciato nuovi dazi al 25% su auto e camion: Meloni è rimasta muta, l’Europa è incerta. Cosa si dovrebbe fare?
«È un anno che Meloni sta muta sui dazi, ma il conto lo pagano aziende e lavoratori. Le nostre esportazioni di auto verso gli Usa valgono 5 miliardi ed è bene che ritrovi la voce per chiedere a Trump di fermarsi perché sta devastando l’economia globale, non solo la nostra. Dopodiché la prima cosa da fare è reintegrare il fondo per l’automotive che loro hanno tagliato dell’80%. E l’Europa deve reagire compatta, fissare un tetto del gas, varare un nuovo piano di investimenti comuni per rilanciare la produzione industriale».
Si aspetta una conversione europeista della premier?
«No. Fin qui la sua strategia è stata opporsi alla difesa comune e comprare più armi e gas dagli Usa, mentre fa la guerra alle rinnovabili. Toccherà a noi fare l’inverso per far ripartire l’economia: servirà soprattutto al Sud per creare buona impresa e lavoro di qualità. Inoltre, approveremo il salario minimo e abbatteremo il costo dell’energia che fa perdere competitività alle aziende. L’interesse nazionale si difende così, non come fanno i nostri sedicenti nazionalisti».
Dopo la lite con Trump, Meloni punta su lavoro ed energia: cambia linea per recuperare consenso?
«Io nei fatti non ho visto un cambio di linea. Vuol fare sul serio? Cominci a togliere il veto italiano sulla sospensione dell’accordo Ue-Israele, tanto più dopo l’atto di pirateria contro la Flotilla, i cui attivisti vanno liberati subito. Esca dal Board of peace dove non doveva nemmeno entrare perché contro la Costituzione. E dica a Trump che non raggiungeremo il 5% di spesa militare perché compromette il welfare e la nostra economia».
L’occupazione in compenso è in rialzo, un dato positivo no?
«È comunque sotto la media europea. Penso alle cucitrici di Natuzzi che ho incontrato in Puglia e lottano per il proprio posto di lavoro. Abbiamo un’occupazione femminile che al Sud è la più bassa del continente una premier che dice no al congedo paritario e riduce i fondi per i nidi, necessari perché se mancano sono le donne a rinunciare ingiustamente al lavoro. Il rialzo, poi, si deve soprattutto al Pnrr e agli over 50, mentre il 54% degli under 24 ha contratti precari. Significa che chi può lascia l’Italia, mentre noi dobbiamo affermare il diritto a restare: si deve partire solo per scelta, mai per necessità».
I sondaggi segnalano il sorpasso del campo largo: sarete all’altezza della fiducia degli italiani?
«L’alleanza progressista c’è già, è il frutto del lavoro testardamente unitario di questi anni, insieme si è presentata e ha vinto in tante città e regioni. Riusciremo a costruire un’alternativa credibile che parli dei problemi reali degli italiani. La nostra risoluzione congiunta sul Dfp non contiene proposte astratte, ma una visione concreta di futuro, che i nostri sindaci e governatori portano avanti sui territori: salario minimo, innovazione, più fondi alla sanità, sostegno ai servizi pubblici».
Capitolo legge elettorale, se ne sentono tante: il Pd è pro o contro?
«Per noi la proposta della destra è irricevibile perché fissa un premio col quale la maggioranza può quasi eleggersi da sola il capo dello Stato. Contiene un antipasto di premierato. Se resta quello sul tavolo non si può discutere».
Quindi se ritirano il premierato vi sederete al tavolo?
«Hanno già risposto che non lo ritirano. Ma comunque dubito che riusciranno ad approvarlo: sono profondamente divisi. E non credo che Meloni abbia molta voglia di un nuovo referendum costituzionale».