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Casa Bianca in allarme per il calo nei sondaggi e l’ira dei cattolici

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Gli americani hanno preso l’iniziativa di chiedere l’incontro con il Papa, un chiarimento che potrebbe confermare distanze ma moderare i toni
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NEW YORK – L’iniziativa per gli incontri in Vaticano l’hanno presa gli americani. Sono loro che hanno chiesto di venire e per farlo si sono rivolti direttamente a Roma, senza passare dalla nunziatura a Washington. È un elemento importante per capire motivazioni e obiettivi della missione del segretario di Stato Rubio che, osservano fonti ben informate, «non sono così difficili da supporre».

Il presidente Trump, in calo nei sondaggi, ha con ogni probabilità capito quanto sia controproducente lo scontro con Leone, soprattutto in vista delle elezioni midterm di novembre. La popolarità del capo della Casa Bianca, secondo l’ultima rilevazione del Pew Research Center, è scesa al 34%, livello più basso dall’inizio del secondo mandato. Per il Washington Post è al 37%. Invece Prevost, in base a un sondaggio della Nbc, non è visto in maniera positiva solo dall’8% degli americani. Se uno considera che nel 2024 la maggioranza dei cattolici, cioè il 55%, aveva votato per Trump, lo scontro frontale…

NEW YORK – L’iniziativa per gli incontri in Vaticano l’hanno presa gli americani. Sono loro che hanno chiesto di venire e per farlo si sono rivolti direttamente a Roma, senza passare dalla nunziatura a Washington. È un elemento importante per capire motivazioni e obiettivi della missione del segretario di Stato Rubio che, osservano fonti ben informate, «non sono così difficili da supporre».

Il presidente Trump, in calo nei sondaggi, ha con ogni probabilità capito quanto sia controproducente lo scontro con Leone, soprattutto in vista delle elezioni midterm di novembre. La popolarità del capo della Casa Bianca, secondo l’ultima rilevazione del Pew Research Center, è scesa al 34%, livello più basso dall’inizio del secondo mandato. Per il Washington Post è al 37%. Invece Prevost, in base a un sondaggio della Nbc, non è visto in maniera positiva solo dall’8% degli americani. Se uno considera che nel 2024 la maggioranza dei cattolici, cioè il 55%, aveva votato per Trump, lo scontro frontale col pontefice rischia di costare al Partito repubblicano voti decisivi per il controllo di Camera e Senato a novembre. Da qui la necessità di ricucire lo strappo, allargato dalle critiche del vicepresidente Vance, per motivi che riguardano anche questioni cruciali di politica estera come l’Iran, ma pure il destino di Cuba, Libano e Gaza.

Vista l’imprevedibilità del capo della Casa Bianca, non si può escludere che l’obiettivo della missione sia confermare i motivi di divergenza, sia pur articolandone le ragioni. Se questa fosse la strada indicata a Rubio da Trump, si scontrerebbe prima di tutto con il compito irrinunciabile del Papa, che ha prima di tutto l’obbligo di annunciare il Vangelo e ricordare come la promozione della pace sia un dovere non negoziabile per tutti i cattolici: si può discutere come promuoverla, non zittire chi cerca di farlo.

Jim Nicholson, avendo fatto il presidente del Partito repubblicano e l’ambasciatore Usa presso la Santa Sede, è in una posizione unica per anticipare gli effetti politici della visita, tanto sul piano estero, quanto su quello elettorale: «Preferisco non soffermarmi ora sulle critiche fatte dal capo della Casa Bianca al Papa, e guardare invece avanti. Questa missione è molto, molto positiva». La prima ragione è che «offrirà al segretario Rubio la possibilità di spiegare ancora la razionalità e la giustificazione delle azioni americane in Iran. Mi aspetto che parli della condotta di Teheran negli ultimi 47 anni, gli attacchi contro i Paesi vicini, il terrorismo, lo sfruttamento di proxy come Hezbollah e Hamas, le azioni contro Israele e le minacce di cancellarlo dalla faccia della terra». Nicholson non si aspetta che alla fine del colloquio si avvicini la posizione con Leone: «I papi sono uomini di pace, contro l’uccisione di esseri umani, e così devono essere. Ci sono poi circostanze che determinano la guerra giusta o considerazioni umanitarie per la protezione delle vite, ma non mi aspetto che vengano riaffermate dopo l’incontro. Piuttosto sarà un chiarimento, come tale comunque utile, che magari porterà ad una fase più neutrale nelle relazioni bilaterali».

Sul piano pratico, poi, «il Vaticano può certamente aiutare a mediare una soluzione per la crisi a Cuba, ed entrambi puntano al futuro pacifico di Gaza». La distensione che potrebbe venirne sul piano bilaterale, o comunque l’assenza di altri scontri diretti come quelli avvenuti nelle settimane scorse, sarebbe poi comunque utile ai repubblicani sul piano elettorale, dopo che Trump aveva spinto le proprie offese fino a postare le sue immagini vestito da pontefice, e aveva scritto che Prevost «non sarebbe mai diventato papa senza di me».

La questione con l’Italia è più complicata, sotto certi aspetti, perché l’elemento elettorale non è così forte. «La premier Meloni - commenta Lew Eisenberg, ambasciatore Usa a Roma durante la prima amministrazione Trump - ha fatto un buon lavoro e sviluppato un rapporto solido col presidente, fino alla crisi dell’Iran. Ora si tratta di ricostruire, visto che le convergenze politiche restano». Eisenberg avverte che «esiste un 50% di possibilità per il ritiro delle truppe americane. Rubio viene a fare ciò che vuole il presidente e quindi bisogna aspettarsi che ponga le sue condizioni».

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