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Mestre, rimossi manifesti “No moschea” dagli autobus. La Lega: “Andremo in tribunale”

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La concessionaria, responsabile degli spazi pubblicitari, ha disposto la rimozione motivandola con il fatto che il messaggio non rispettava né il contratto né il codice etico aziendale
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Un nemico facile facile, a costo zero, sul solco della tecnica usurata del capro espiatorio. Complice la concorrenza a destra di Futuro nazionale, per la Lega è di nuovo tempo di “guerrilla marketing” senza quartiere contro l’Islam. Anche a costo di figuracce, come accaduto a pochi giorni dalle elezioni comunali di Venezia, dove settanta banner pubblicitari sono comparsi sui fiancali degli autobus di Mestre con uno slogan asciutto: “No moschea, vota Lega”. Poi, altrettanto in fretta, sono spariti.

La concessionaria Sd gestione servizi, responsabile degli spazi pubblicitari per Vela spa, ha disposto la rimozione motivandola con il fatto che il messaggio non rispettava né il contratto né il codice etico aziendale, visto che conteneva riferimenti di natura religiosa vietati sui mezzi del trasporto pubblico. La decisione è arrivata dopo l’esposto presentato dall’Unione delle comunità islamiche d’Italia e le proteste di diversi candidati, tra cui Sumiya Begum, in lista col Pd, che aveva de…

Un nemico facile facile, a costo zero, sul solco della tecnica usurata del capro espiatorio. Complice la concorrenza a destra di Futuro nazionale, per la Lega è di nuovo tempo di “guerrilla marketing” senza quartiere contro l’Islam. Anche a costo di figuracce, come accaduto a pochi giorni dalle elezioni comunali di Venezia, dove settanta banner pubblicitari sono comparsi sui fiancali degli autobus di Mestre con uno slogan asciutto: “No moschea, vota Lega”. Poi, altrettanto in fretta, sono spariti.

La concessionaria Sd gestione servizi, responsabile degli spazi pubblicitari per Vela spa, ha disposto la rimozione motivandola con il fatto che il messaggio non rispettava né il contratto né il codice etico aziendale, visto che conteneva riferimenti di natura religiosa vietati sui mezzi del trasporto pubblico. La decisione è arrivata dopo l’esposto presentato dall’Unione delle comunità islamiche d’Italia e le proteste di diversi candidati, tra cui Sumiya Begum, in lista col Pd, che aveva definito i manifesti un veicolo di “odio razziale e culturale”. Del resto, il confine tra il dissenso urbanistico verso un progetto edilizio specifico e la stigmatizzazione di una comunità religiosa nel suo complesso è labile.

La Lega, sempre da copione, l’ha buttata sulla censura. Il vicesindaco di Venezia Sergio Vallotto ha parlato di “atto grave”, un “precedente pericoloso per la libertà di espressione”. Il partito ha annunciato un ricorso d’urgenza in Tribunale per chiedere il rispetto del contratto. Nel frattempo, ha affittato due furgoni con lo stesso messaggio, che circolano in città al posto dei cartelli rimossi dagli autobus.

La vicenda di Mestre non è un episodio isolato, ma è connaturata nella storia della Lega Nord e nell’attivismo di Matteo Salvini. I musulmani non godono di particolari simpatie, né di buona stampa, e in certi casi anche visivamente incarnano “il diverso” per eccellenza: l’islamofobia costa poco e rende tanto. Così negli ultimi mesi il Carroccio è tornato ad eleggere l’Islam come nemico preferito, e anche nel comizio di piazza Duomo di due settimane fa il vicepresidente del Consiglio ha spiegato che serve un'Europa “che ci aiuti a difenderci dal fanatismo islamico e dall'immigrazione clandestina”, aggiungendo però che “il problema non è l'Islam, ma chi usa la religione per negare diritti”.

Nell’intervista rilasciata a fine febbraio e andata online ieri su Breitbart, testata di riferimento dell’alt-right americana, Salvini ha citato tutto allarmato scuole italiane che avevano sospeso lezioni ed esami per il Ramadan, definendolo “una follia”. In passato il segretario della Lega aveva detto che “il problema non è nei singoli individui ma nella cultura dell’Islam”, sostenendo che si tratta di qualcosa di “arretrato e incompatibile con la nostra società”. In un’altra intervista, spiegava di non essere disposto a concedere “nemmeno mezza moschea” finché l’Islam non avesse chiarito la sua posizione sull’uguaglianza tra esseri umani.

Eppure, ogni tanto rispunta fuori una foto del 2001: un giovanissimo Salvini con il microfono in mano all’interno di una moschea milanese, dove stava facendo campagna elettorale. Immagine che racconta meglio di qualsiasi analisi il pragmatismo con cui il Carroccio ha costruito la sua identità anti-Islam: più che una convinzione profonda, uno strumento per conquistare consensi facili, di pancia.

La vicesegretaria Silvia Sardone è di sicuro la voce più diretta e spesso sguaiata della battaglia leghista contro l’Islam. Europarlamentare al secondo mandato, ha costruito il suo profilo identitario e social puntando in modo sistematico sull’“islamizzazione dell’Italia e dell’Europa”, tema su cui ha anche scritto un libro intitolato Mai sottomessi. Nel luglio 2025, presentando alla Camera un disegno di legge “contro l’islamizzazione delle scuole”, ha detto che tutti i veli islamici sono “simbolo di sottomissione” e che non crede “che una donna libera, con queste temperature, abbia voglia di andare in giro con un sacco della spazzatura addosso”.

E pensare che nelle liste della Lega per le comunali di Vigevano, nel pavese, sono comparsi due candidati islamici: Hussein Ibrahim, portavoce della comunità musulmana locale, e Hagar Haggag, studentessa di Scienze politiche. La reazione del partito è stata immediata e imbarazzata. Il coordinatore degli amministratori locali della Lega Lombarda Andrea Monti ha definito la scelta “prettamente locale”, precisando che “la posizione del Carroccio sull’Islam è chiara” e che la candidatura “rimane in antitesi rispetto ai nostri valori e alla linea del nostro movimento”. In via Bellerio si fa di tutta una religione un fascio, per così dire, con toni e generalizzazioni che cambiando tempi e soggetti possono ricordare benissimo la propaganda antisemita del secolo scorso in mezza Europa.

Così ancora oggi il Carroccio usa lo scontro frontale contro l’Islam come caposaldo retorico, seppur con maggiori e minori gradi di intensità a seconda del momento; mentre le sezioni locali ragionano in termini più pragmatici di voti, di comunità radicate, di persone che abitano le città reali. E che, nonostante tutto, spesso votano.

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