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Meloni cerca la sponda di Rubio: una rete per contenere Trump

Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (ansa)

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Oggi il faccia a faccia: la premier chiederà spiegazioni sull’ipotesi di disimpegno Usa dalle basi in Italia. Il segretario di Stato: “Roma utile sul Libano”. Il governo difende il Papa
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ROMA – Attraversando la viuzza che costeggia piazza di Pietra, Alfredo Mantovano già immagina la domanda in arrivo. «Trump di nuovo contro il Papa, sottosegretario. Cosa ne pensa?». «Ma cosa devo dire, il governo è già stato chiarissimo su Trump». Si riferisce alle parole di Giorgia Meloni di qualche giorno fa, quelle che hanno sancito la spaccatura con la Casa Bianca. «Ma ogni giorno arriva un attacco contro il Pontefice…», gli si fa notare. «Appunto: noi siamo stati inequivocabili». È in questo clima, e con queste premesse, che la premier si prepara ad accogliere venerdì a Palazzo Chigi Marco Rubio.

Al momento l’agenda è confermata, dicono dall’esecutivo, nonostante le nuove accuse di Trump a Leone XIV. Meloni sa che deve in qualche modo schierare il suo governo con il Pontefice, ma a caldo preferisce non farlo personalmente. Sente dunque Antonio Tajani. Con il ministro degli Esteri lima ogni parola del comunicato con cui l’esecutivo prende le distanze. Ne esce fuori una dichiarazio…

ROMA – Attraversando la viuzza che costeggia piazza di Pietra, Alfredo Mantovano già immagina la domanda in arrivo. «Trump di nuovo contro il Papa, sottosegretario. Cosa ne pensa?». «Ma cosa devo dire, il governo è già stato chiarissimo su Trump». Si riferisce alle parole di Giorgia Meloni di qualche giorno fa, quelle che hanno sancito la spaccatura con la Casa Bianca. «Ma ogni giorno arriva un attacco contro il Pontefice…», gli si fa notare. «Appunto: noi siamo stati inequivocabili». È in questo clima, e con queste premesse, che la premier si prepara ad accogliere venerdì a Palazzo Chigi Marco Rubio.

Al momento l’agenda è confermata, dicono dall’esecutivo, nonostante le nuove accuse di Trump a Leone XIV. Meloni sa che deve in qualche modo schierare il suo governo con il Pontefice, ma a caldo preferisce non farlo personalmente. Sente dunque Antonio Tajani. Con il ministro degli Esteri lima ogni parola del comunicato con cui l’esecutivo prende le distanze. Ne esce fuori una dichiarazione in cui il tycoon non è citato, ma evocato: «Gli attacchi nei confronti del Santo Padre, capo e guida spirituale della Chiesa cattolica – premette il titolare della Farnesina - non sono né condivisibili né utili alla causa della pace». Ma è quello che viene dopo a offrire il senso di una scelta di campo: «Ribadisco il sostegno ad ogni azione e parola di Papa Leone, le sue sono testimonianze in favore del dialogo, del valore della vita umana e della libertà». E soprattutto: «Una visione che condivide anche il nostro governo, impegnato attraverso la diplomazia a garantire stabilità e pace in tutte le aree dove ci sono conflitti».

Per la premier, è il giusto compromesso tra la necessaria presa di distanza dalle ultime sortite del Presidente Usa e la necessità di preservare l’incontro con il segretario di Stato Marco Rubio. E d’altra parte, la leader ha concordato con i colleghi europei questa linea: quando è possibile, evitiamo di rispondere personalmente al leader Maga. Meglio concentrarsi sul faccia a faccia di dopodomani.

È un passaggio che la leader considera utile, da cogliere e difendere. Perché rappresenta una strada meno traumatica di altre per riannodare un filo con Washington. Peggio, ad esempio, sarebbe un viaggio alla Casa Bianca, di cui pure si è ragionato: complesso organizzare una missione del genere, ad altissimo rischio l’esito. Meglio confrontarsi con il segretario di Stato, considerato a Palazzo Chigi e alla Farnesina una sponda ragionevole. Di certo la migliore in campo.

È la strategia con cui Meloni e i suoi ministri si presenteranno al cospetto di Rubio. A lui chiederanno cosa è necessario attendersi dalla crisi in Iran, dal nodo di Gaza e del Libano (su cui ieri il segretario di Stato ha detto che «l’Italia può essere molto utile») e dal problema legato alle spese per la Nato. E soprattutto, cosa intende fare la Casa Bianca rispetto al possibile disimpegno americano dalle basi italiane: meglio saperlo e attrezzarsi, che trovarsi improvvisamente senza coperture.

E poi c’è il nodo politico, forse l’aspetto più rilevante: cosa davvero ha in mente Trump? Parlare con Rubio significa mantenere un filo con chi potrebbe acquisire maggiore peso, in prospettiva. Soprattutto dopo le elezioni di medio termine di novembre, quelle che molti capitali europee sperano possano indebolire Trump. In qualche modo, l’esecutivo proverà a costruire con il politico Usa in missione in Italia una sorta di “rete di protezione” che metta al riparo la relazione tra Roma e Washington. Anche e soprattutto dall’imprevedibilità del tycoon.

È forse proprio questa la ragione per cui Trump attacca il segretario di Stato a freddo e a poche ore dall’incontro con il Papa. Una scelta che spinge anche Matteo Salvini a esporsi: «Attaccare il Santo Padre non serve a nulla e non risolve nessun problema». E si indigna anche l’opposizione. La segretaria del Pd Elly Schlein ricorda che quelle di Trump «non sono solo falsità, ma rappresentano un attacco mai accaduto nella storia di un capo di Stato al Pontefice». E ancora: «Trump si comporta come un bullo prepotente che non accetta idee diverse dalle sue».

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