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Addio a Cervetti, l’uomo di Berlinguer che disse no all’Urss

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Da dirigente del Pci bloccò i flussi dei rubli verso Botteghe Oscure. Milanese e migliorista fu amico fino all’ultimo di Napolitano
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Si è spento ieri a 93 anni Gianni Cervetti, l’ultimo di una generazione di comunisti di ferro, di quei giovani che - come Aldo Tortorella, scomparso lo scorso anno - furono stretti collaboratori del segretario Enrico Berlinguer e che, grazie a una straordinaria lucidità mantenuta anche da vegliardi, hanno saputo attraversare con intelligenza e cultura la storia italiana.

Chi non ha sentito parlare de L’oro di Mosca, il libro più famoso di Cervetti? Uscito nel 1993, mentre crollavano i partiti della Prima Repubblica, il memoriale rivelava i retroscena del rapporto finanziario tra il Pci e il Pcus, un legame che Cervetti conosceva bene per averlo visto da vicino. Fu proprio lui, capo dell’organizzazione del partito, a ricevere l’incarico dall’allora segretario Berlinguer di sganciare Botteghe Oscure dal flusso di rubli che teneva finanziariamente, e quindi anche politicamente, il Pci legato al Cremlino. Con la semplicità e la schiettezza che gli erano propri, Cervetti rievocò un aneddot…

Si è spento ieri a 93 anni Gianni Cervetti, l’ultimo di una generazione di comunisti di ferro, di quei giovani che - come Aldo Tortorella, scomparso lo scorso anno - furono stretti collaboratori del segretario Enrico Berlinguer e che, grazie a una straordinaria lucidità mantenuta anche da vegliardi, hanno saputo attraversare con intelligenza e cultura la storia italiana.

Chi non ha sentito parlare de L’oro di Mosca, il libro più famoso di Cervetti? Uscito nel 1993, mentre crollavano i partiti della Prima Repubblica, il memoriale rivelava i retroscena del rapporto finanziario tra il Pci e il Pcus, un legame che Cervetti conosceva bene per averlo visto da vicino. Fu proprio lui, capo dell’organizzazione del partito, a ricevere l’incarico dall’allora segretario Berlinguer di sganciare Botteghe Oscure dal flusso di rubli che teneva finanziariamente, e quindi anche politicamente, il Pci legato al Cremlino. Con la semplicità e la schiettezza che gli erano propri, Cervetti rievocò un aneddoto legato a quella stagione degli anni Settanta, all’indomani della celebre intervista di Giampaolo Pansa a Berlinguer sulla Nato: «Eravamo a Mosca a preparare il discorso che Enrico Berlinguer avrebbe poi fatto al Congresso del Pcus. Un intervento che suscitò perplessità e persino un brusio nella sala. A un certo punto, Berlinguer, e io con lui, uscimmo a fare quattro passi tra mucchi di neve, era il mese di febbraio. Parlammo liberamente. E io mi permisi di dirgli che dovevamo prendere le distanze da quella politica e anche da quel Paese che aveva avuto una chiara involuzione con Bréžnev. E lui mi fece un segno di assenso assolutamente soddisfatto».

Per Cervetti, che a Mosca si era laureato, a Mosca aveva vissuto sei anni e vi aveva anche conosciuto (e sposato) Franchina Canuti, si trattava di uno strappo doloroso ma non più rinviabile.

In Italia aveva percorso tutto il classico cursus honorum dei dirigenti comunisti, dal livello locale fino a Roma: dal 1969 segretario milanese del Pci, poi responsabile organizzativo nazionale, quindi dal 1979 segretario del partito in Lombardia. Anche nelle istituzioni, passa da consigliere comunale a regionale, da deputato a europarlamentare. È un riformista, nella geografia interna del Pci rappresenta l’ala destra, quella che predica il dialogo con il Psi per costruire l’alternativa. Con lui, in segretaria e in direzione, ci sono altri cavalli di razza: «Io ero il milanese, Macaluso il siciliano, Pellicani il veneziano, e poi Napolitano e Chiaromonte da Napoli, che erano gli allievi prediletti di Giorgio Amendola». Il leader della corrente, che gli avversari interni ingraiani ribattezzarono spregiativamente “migliorista”, era Giorgio Napolitano. Per Cervetti quasi un fratello maggiore, il riferimento politico e culturale di tutta la vita.

Entrambi colti, appassionati di musica classica (Cervetti fu tra i fondatori dell’orchestra sinfonica di Milano). In un’intervista a Repubblica, Cervetti raccontò come nacque l’amicizia tra il milanese e l’austero napoletano che diventò due volte presidente della Repubblica: «Ci conoscemmo sulla spiaggia di Sirolo, sarà stato il 1962 o il 1963, lui aveva in braccio il figlio Giovanni, piccolissimo. C’erano anche mia moglie Franca e sua moglie Clio». I due non si lasceranno più ed è proprio Cervetti ad assistere, accanto a Napolitano, al momento dell’elezione al Quirinale nel 2006. Cervetti si lascia andare e piange, anche Napolitano ha gli occhi lucidi ma pizzica l’amico: «Fuori i piangenti!».

Fino all’ultimo non ha rinunciato a dire la sua, spingendo sempre la sinistra a non tirarsi indietro, a non rifugiarsi negli slogan, a scommettere sul governo - lui che al massimo era stato ministro della Difesa nel governo ombra di Achille Occhetto - per cambiare l’Italia. «Non esiste una politica di sinistra che si astrae dagli interessi generali del Paese».

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