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Biennale, il miliardario pacifista: “Insultato dai pro Pal ma volevo solo il dialogo”

Eyal Waldman,

 

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Eyal Waldman: “Sono al lavoro per il dialogo. In molti mi chiedono di candidarmi, non so ancora se lo farò”
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GERUSALEMME – Qui in Israele tutti sanno chi è. A 65 anni, Eyal Waldman non è solo uno dei più importanti uomini d’affari del Paese, ma la punta più avanzata di quella parte della società che ha dato al dialogo con i palestinesi un senso concreto. Nel 2019 Mellanox, il gruppo high tech che ha fondato, impiegava più di 100 ingegneri palestinesi fra Gaza e Cisgiordania. Dopo aver ceduto l’azienda al gigante americano Nvidia, “Mr. 6,9 miliardi di dollari” - come lo ha chiamato Haaretz dopo l’operazione - ha finanziato diversi gruppi attivi nel processo di pace. Il 7 ottobre 2023 sua figlia Danielle, 24 anni, era al Nova festival con il fidanzato: entrambi sono stati uccisi. Nulla di tutto questo sapeva l’uomo che mercoledì ha affrontato Waldman davanti al padiglione israeliano alla Biennale al grido di “Fuck Israel”, “Fuck you” “Free Palestine”.

Signor Waldman, ci racconta cosa è successo?

«Ero a Venezia e sono andato al padiglione: mentre ero lì, si è radunata una manifestazione per la …

GERUSALEMME – Qui in Israele tutti sanno chi è. A 65 anni, Eyal Waldman non è solo uno dei più importanti uomini d’affari del Paese, ma la punta più avanzata di quella parte della società che ha dato al dialogo con i palestinesi un senso concreto. Nel 2019 Mellanox, il gruppo high tech che ha fondato, impiegava più di 100 ingegneri palestinesi fra Gaza e Cisgiordania. Dopo aver ceduto l’azienda al gigante americano Nvidia, “Mr. 6,9 miliardi di dollari” - come lo ha chiamato Haaretz dopo l’operazione - ha finanziato diversi gruppi attivi nel processo di pace. Il 7 ottobre 2023 sua figlia Danielle, 24 anni, era al Nova festival con il fidanzato: entrambi sono stati uccisi. Nulla di tutto questo sapeva l’uomo che mercoledì ha affrontato Waldman davanti al padiglione israeliano alla Biennale al grido di “Fuck Israel”, “Fuck you” “Free Palestine”.

Signor Waldman, ci racconta cosa è successo?

«Ero a Venezia e sono andato al padiglione: mentre ero lì, si è radunata una manifestazione per la Palestina. Mi sono avvicinato al leader e l’ho salutato. Gli ho chiesto: “Vuoi parlare di pace?”. Lui ha risposto: “Pace con chi?”. Io ho detto: “Con Israele” e lui ha chiesto: “Israele, no”. Ho risposto che ero israeliano e ha cominciato a urlare».

Lei viaggia per il mondo: in questi anni ha visto il sentimento nei confronti di Israele cambiare. Ha capito le ragioni di quella protesta?

«Sono fra quelli che pensano che Israele e i palestinesi debbano sedersi e negoziare un accordo giusto per entrambi i popoli. Ma credo anche che dimostrare al grido di “From the river to the sea” o “Free Palestine” quando questo significa “no Israele” non sia la cosa giusta da fare. Bisogna distinguere».

Fra cosa?

«Fra i governi e la gente. Serve un cambio di leadership da entrambe le parti: solo così i due popoli potranno negoziare un accordo equo».

Lei è ancora coinvolto nel dialogo con i palestinesi?

«Sì, assolutamente. Sono a Ginevra, appena tornato da un incontro con rappresentanti palestinesi e di altri Paesi dell’area. Stiamo parlando con molte persone e cercando di esercitare influenza sui leader di entrambe le parti per far capire che bisogna tornare a parlare».

A suo giudizio che cosa non capisce di Israele oggi una certa Europa?

«Che questo è conseguenza del massacro del 7 ottobre; che Hamas ha iniziato tutto questo il 7 ottobre. E che finché Hamas sarà ancora a Gaza e non verrà disarmato questo andrà avanti. Se non si va avanti con il piano Trump è perché Hamas non disarma. Questo molti qui non lo capiscono».

Però ha visto la tv in Europa. E quindi lei – a differenza di molti israeliani – ha visto Gaza: non c’è più niente. Ospedali, medicine, fogne: niente. Ma ci sono più di 70mila morti.

«Mi dispiace moltissimo per ogni persona innocente che ha perso la vita. Ma Hamas sta usando i palestinesi come scudi umani: lanciano razzi dagli ospedali, dalle scuole, dagli asili. Lo ripeto: provo compassione e angoscia, vorrei che finisse ora, ma serve che Hamas disarmi. E vorrei anche che il mio governo inondasse Gaza di aiuti, di tutto quello che serve. Non c’è nessuna disputa territoriale qui: basterebbe che lasciassero le armi per far finire la guerra».

In realtà una parte del suo governo vorrebbe riprendere Gaza…

«Non possiamo lasciare che siano gli estremisti a decidere. È tempo di metterli da parte e riprendere il cammino verso i due Stati».

Si sta candidando alle elezioni?

«Me lo stanno chiedendo in molti. Non lo so. Quello che so è che il 1973 fu l’anno della guerra tra Egitto e Israele e 4 anni dopo abbiamo fatto la pace. Spero che tra qualche anno saremo in grado di fare la pace con i palestinesi».

Ha perso sua figlia il 7 ottobre: non deve essere facile parlare di pace.

«Niente è facile da quel giorno. C’è un enorme dolore, un’enorme mancanza nella mia vita».

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