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I dubbi della premier sulla missione a guida Usa. Idea cacciamine a Gibuti

Marco Rubio e Giorgia Meloni

 

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Crosetto: “Non siamo in guerra con Washington, serve una coalizione larga”. L’appello in Parlamento per un voto bipartisan
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ROMA – Ancora una volta Giorgia Meloni si trova di fronte a un bivio. Gli Usa da una parte, l’Europa dall’altra. L’Italia è pronta a spedire navi a Hormuz, sì, se scoppierà la pace. Ma ai piani alti del governo nutrono dubbi sulla missione tratteggiata da Washington. Donald Trump vuole un’operazione a guida statunitense. Il grosso del vecchio continente si oppone. Il governo di Roma sembra orientato a fare blocco con i partner Ue. Spinge per una missione multilaterale larga, che non rischi di finire ostaggio delle bizze dell’inquilino della Casa bianca. Possibilmente con colossi extra europei, vedi l’India. L’ideale, nell’ottica di Palazzo Chigi, sarebbe un flotta con l’ombrello delle Nazioni unite, ma nessuno si illude troppo: i margini sono risicati, anche se l’Italia proverà a mediare per una nuova risoluzione Onu che possa superare i niet di Cina e Russia.

È questo il nocciolo della distanza tra Roma e Washington, dopo la visita di Marco Rubio nello Stivale. Passa anche da qui la …

ROMA – Ancora una volta Giorgia Meloni si trova di fronte a un bivio. Gli Usa da una parte, l’Europa dall’altra. L’Italia è pronta a spedire navi a Hormuz, sì, se scoppierà la pace. Ma ai piani alti del governo nutrono dubbi sulla missione tratteggiata da Washington. Donald Trump vuole un’operazione a guida statunitense. Il grosso del vecchio continente si oppone. Il governo di Roma sembra orientato a fare blocco con i partner Ue. Spinge per una missione multilaterale larga, che non rischi di finire ostaggio delle bizze dell’inquilino della Casa bianca. Possibilmente con colossi extra europei, vedi l’India. L’ideale, nell’ottica di Palazzo Chigi, sarebbe un flotta con l’ombrello delle Nazioni unite, ma nessuno si illude troppo: i margini sono risicati, anche se l’Italia proverà a mediare per una nuova risoluzione Onu che possa superare i niet di Cina e Russia.

È questo il nocciolo della distanza tra Roma e Washington, dopo la visita di Marco Rubio nello Stivale. Passa anche da qui la frustrazione di Trump, rinnovata in queste ore. La premier evita di replicare, il fastidio resta. Sa, Meloni, che l’opposizione le chiederà conto dei rapporti guastati con il leader Maga e delle mosse alle viste in Medio Oriente, fra tre giorni, al premier time in Senato. Mercoledì è una data chiave: di mattina presto, alle 8, i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto saranno auditi nelle commissioni riunite di Esteri e Difesa della Camera e del Senato. Su Hormuz. Per il governo, sarà un primo test, un modo per annusare l’aria, capire se le minoranze hanno in testa di alzare le barricate sulla partecipazione militare a un’operazione di sicurezza nello Stretto. Non ci saranno voti. Quello sulla risoluzione che dovrebbe autorizzare le navi della Marina a partire per il Golfo è atteso la settimana successiva, sempre che lo scenario di un cessate il fuoco resti verosimile nel frattempo.

Il punto però è un altro, come anticipato da Repubblica: per raggiungere Hormuz i due cacciamine destinati all’operazione impiegheranno almeno tre settimane. Dunque è probabile - questa è l’intenzione dell’esecutivo - che debbano salpare prima che l’accordo di pace sia firmato ed effettivo. Da qui l’urgenza di una risoluzione. Crosetto si rivolgerà alle opposizioni: un appello per un voto bipartisan, su un tema cruciale non solo per la sicurezza del Medio Oriente, ma per i ricaschi sull’economia italiana, vedi i prezzi della benzina alle stelle. «Mi auguro che le navi dall’Italia partano prima possibile, perché vorrebbe dire che c’è la pace a Hormuz», le parole di ieri del ministro della Difesa, che minimizza le tensioni con gli Stati Uniti, «non siamo in guerra con loro». E che preme per il varo di «una coalizione internazionale» alla svelta.

Il piano tratteggiato da Difesa e Farnesina prevede dunque un passaggio intermedio: dopo il sì alla risoluzione, i cacciamine prima del cessate il fuoco si schiererebbero al largo di Gibuti, il piccolo stato del Corno d’Africa, situato nel punto strategico tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden. Nel Gibuti è già attiva dal 2013 una «base militare italiana di supporto», la Amedeo Guillet. Se poi si raggiungesse davvero la fine delle ostilità, i cacciamine procederebbero alla volta di Hormuz.

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