Epurazioni alla Cultura. Meloni processa Giuli, tensione a Palazzo Chigi
di Serena RiformatoLa presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro Alessandro Giuli
ROMA –È un’altra giornata di passione al Collegio romano. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli arriva dopo le 11. Nel bagagliaio dell’auto di scorta sono pronte le valigie: alle 18 ha in programma un volo per Bruxelles, in agenda un Consiglio Ue. Invece il pomeriggio prende un’altra piega, la trasferta salta. Giuli esce dai suoi uffici alle 15. Un quarto d’ora dopo entra a Palazzo Chigi, convocato dalla presidente del Consiglio che infatti lo attende all’interno. L’oggetto del colloquio è obbligato. Il ministro della Cultura ha licenziato due figure apicali del suo staff: il capo della segreteria tecnica Emanuele Merlino, uomo di fiducia del colonnello di FdI Giovanbattista Fazzolari; e la segretaria personale Elena Proietti. Esponenti di partito: e infatti tra i meloniani in tanti storcono il naso. Ma la decisione, per l’ex presidente del Maxxi, è irrevocabile: entrambi i decreti di revoca, da ieri, sono firmati e bollinati.
A porte chiuse, per un’ora, la premier richiama il m…
ROMA –È un’altra giornata di passione al Collegio romano. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli arriva dopo le 11. Nel bagagliaio dell’auto di scorta sono pronte le valigie: alle 18 ha in programma un volo per Bruxelles, in agenda un Consiglio Ue. Invece il pomeriggio prende un’altra piega, la trasferta salta. Giuli esce dai suoi uffici alle 15. Un quarto d’ora dopo entra a Palazzo Chigi, convocato dalla presidente del Consiglio che infatti lo attende all’interno. L’oggetto del colloquio è obbligato. Il ministro della Cultura ha licenziato due figure apicali del suo staff: il capo della segreteria tecnica Emanuele Merlino, uomo di fiducia del colonnello di FdI Giovanbattista Fazzolari; e la segretaria personale Elena Proietti. Esponenti di partito: e infatti tra i meloniani in tanti storcono il naso. Ma la decisione, per l’ex presidente del Maxxi, è irrevocabile: entrambi i decreti di revoca, da ieri, sono firmati e bollinati.
A porte chiuse, per un’ora, la premier richiama il ministro all’ordine. I toni del confronto sono accesi: «Una strigliata», la definiscono i parlamentari meloniani. Al termine, però, Palazzo Chigi diffonde una nota conciliatoria: la richiesta del faccia a faccia viene attribuita a Giuli, lo scopo diventa «confermare e ribadire la piena sintonia all’interno dell’azione di governo», dopo le «voci e ricostruzioni giornalistiche» sulle «presunte divergenze di opinione» tra il titolare della Cultura, la premier e gli altri ministri. È il tentativo di minimizzare la lunga sequenza di incidenti dell’ultimo mese. Alcuni consumati alla luce del sole: solo la settimana scorsa Giuli, in pubblico, ha dato dell’«assenteista» a Matteo Salvini, entusiasta sostenitore del padiglione russo della Biennale (al quale il titolare della Cultura ha fatto la guerra). Ora bisogna voltare pagina, questo il messaggio. E infatti il comunicato della presidenza del Consiglio insiste sul «sostegno» del titolare del Collegio romano al «programma della coalizione», ricambiato dalla volontà di Meloni di supportare «un dicastero strategico». Scordiamoci il passato: la nota esalta con enfasi, «anche sul piano formale, la solidità di un rapporto cordiale e proficuo». Le polemiche? «Normale dialettica politica».
Dopo il colloquio, Giuli torna al Collegio romano. Non ne esce fino a sera. Il viaggio a Bruxelles viene cancellato: ufficialmente per lo sciopero degli aerei. Eppure, l’ex giornalista del Foglio, era pronto a partire. Oggi i ministri della Cultura dei 27 parleranno anche della Russia alla Biennale di Venezia. C’è persino l’ipotesi che dai Paesi dell’Est arrivi la proposta di sanzionare la fondazione diretta da Pietrangelo Buttafuoco. Il ministro teneva a presenziare: prima di essere travolto dall’effetto domino generato dai licenziamenti.
Il partito, come Palazzo Chigi, cerca di gettare acqua sul fuoco: «Un caso sul nulla», sancisce Arianna Meloni, a capo della segreteria di FdI: «Una dinamica naturale che un ministro possa scegliere il proprio collaboratore». E così ripete il titolare dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Ma aggiunge una postilla marcata: «Piena stima non solo del collega Giuli, ma anche di Proietti e Merlino, sapremo valorizzarli e continuare a utilizzare la loro capacità».
Le opposizioni assistono allibite mentre il centrodestra si fa male da solo: «Con Giuli, quel ministero e il governo ricordano la fine dell’Impero Romano», chiosa il senatore dem Walter Verini. Vicino al crollo. Per effetto di «una guerra fratricida – aggiungono i 5S Luca Pirondini e Antonio Caso – che vede nel Collegio romano un Vietnam non più sostenibile». Una storia senza lieto fine, rimarca Angelo Bonelli di Avs: «C’era una volta l’egemonia culturale tanto raccontata dalla destra: serviva solo ad occupare posti di potere, piazzare amici e consulenze».