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Legge elettorale, l’iter si allunga: appello di Meloni all’opposizione

I due vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani

 

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Vertice a palazzo Chigi della premier con i vice, Lupi e gli esperti dei partiti. Proposto un tavolo: “Pronti al dialogo per la governabilità”
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ROMA – C’è una road map sulla legge elettorale. È un nuovo cronoprogramma che diverge da quanto stabilito nel recente passato soprattutto su un punto: la riforma non sarà approvata dall’Aula della Camera prima dell’estate.

Sia chiaro: ufficialmente, e quindi anche nella riunione di ieri sera, Giorgia Meloni ha chiesto che si completi la prima lettura prima di agosto. Ma in realtà ai vertici della maggioranza si ipotizza un piano meno traumatico, che prevede un primo via libera solo della commissione. L’ultimo e definitivo voto dell’emiciclo, nella previsione più ottimistica e per nulla scontata, non arriverà prima di settembre. Si intravedono dunque i primi segnali della frenata imposta da Forza Italia. Scricchiolii che rischiano di frenare l’approvazione di una legge che molti, nel centrodestra, pensano silenziosamente di sabotare.

ROMA – C’è una road map sulla legge elettorale. È un nuovo cronoprogramma che diverge da quanto stabilito nel recente passato soprattutto su un punto: la riforma non sarà approvata dall’Aula della Camera prima dell’estate.

Sia chiaro: ufficialmente, e quindi anche nella riunione di ieri sera, Giorgia Meloni ha chiesto che si completi la prima lettura prima di agosto. Ma in realtà ai vertici della maggioranza si ipotizza un piano meno traumatico, che prevede un primo via libera solo della commissione. L’ultimo e definitivo voto dell’emiciclo, nella previsione più ottimistica e per nulla scontata, non arriverà prima di settembre. Si intravedono dunque i primi segnali della frenata imposta da Forza Italia. Scricchiolii che rischiano di frenare l’approvazione di una legge che molti, nel centrodestra, pensano silenziosamente di sabotare.

Se ne discute prima di cena, a Palazzo Chigi. Assieme a Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani, Maurizio Lupi e il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli (l’autore del famigerato Porcellum), Giovanni Donzelli (FdI) e Alessandro Battilocchio (FI). Decidono innanzitutto di rilanciare nelle prossime ore un appello alle opposizioni per il dialogo: «Siamo determinati a proseguire nel discorso - fanno sapere - per garantire stabilità e governabilità a chiunque vinca. Siamo pronti ad avviare il confronto con le opposizioni per verificare se vi sia convergenza sull’obiettivo della stabilità, o se preferiscano sistemi che, non garantendo un risultato chiaro, consentono di governare anche a chi non ha il consenso dei cittadini». Ecco perché già domani i capigruppo di maggioranza contatteranno le minoranze per avviare il tavolo del confronto. Una mossa obbligata, ma dall’esito scontato: nessun via libera a una trattativa arriverà dal centrosinistra.

C’è poi anche il merito della riforma. Gli azzurri premono per ridurre l’entità del premio di maggioranza e cambiare il meccanismo del listino bloccato. I meloniani sono cauti. Ma questi sono, appunto, dettagli. Perché in questa partita conta quasi soltanto la tempistica. E quella sembra rallentare.

Le tappe sono quasi obbligate. Le decide il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano. A lui, Gianni Letta e Antonio Tajani hanno chiesto di frenare, per venire incontro ai dubbi della famiglia Berlusconi. Di fatto, maggio e giugno serviranno a completare un lunghissimo ciclo di audizioni. «Non oltre», avrebbe chiesto Meloni. Prima dell’estate la legge va votata in commissione. Non è detto che il centrodestra ci riesca, però. Alcuni dubbi tecnici e costituzionali vanno sciolti. E pesa la possibile reazione dell’opposizione: potrebbero gridare al colpo di mano che prova a stravolgere l’esito delle elezioni. Per questo, la premier avrebbe accettato di rimandare l’ultimo voto in Aula a settembre.

A quel punto, però, i tempi diventeranno stretti per davvero. Se il centrosinistra alzasse le barricate, potrebbero costringere Montecitorio a occuparsene fino a ottobre. Al Senato, quindi, resterebbero solo poche settimane per esaminare la riforma, prima della sessione di bilancio. La nuova legge, tra l’altro, va preferibilmente approvata entro il 2026. Secondo fonti meloniane, infatti, il Colle preferirebbe evitare che si intervenga nell’anno elettorale.

Ufficialmente, Meloni proverà a intervenire il meno possibile sul dossier. Ribadirà che è materia parlamentare. In realtà, anche la premier prende tempo. I prossimi mesi serviranno a capire se conviene davvero modificare il Rosatellum. La simulazione che circola al vertice del centrodestra proietta le attuali percentuali nazionali dei sondaggi tenendo conto delle Europee del 2024 e delle Politiche del 2022. Se si votasse domani, comunque, il campo largo prevarrebbe di pochi seggi alla Senato (102-104), in maniera più solida alla Camera (210-215). Vincerebbe, ma non troppo. E nonostante le dichiarazioni ufficiali, non è detto che questo scenario sia davvero così sgradito ai meloniani.

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