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Legge elettorale, muro a sinistra. La destra pensa al doppio premio

(ansa)

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La maggioranza si muove ma dalla minoranza no all’ipotesi di un tavolo. E Marina Berlusconi nega contatti con il Pd
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ROMA – Giorgia Meloni ha dato l’ordine, lunedì sera, nel corso dell’ultimo vertice di maggioranza sulla legge elettorale: avviate il dialogo con le opposizioni, non offriamogli il pretesto per urlare all’ennesima forzatura, dire che noi vogliamo cambiare da soli le regole del gioco. E i pretoriani hanno eseguito: partendo dalla Camera, il ramo del Parlamento dove il ddl targato centrodestra è stato incardinato.

Da bravi scolaretti, si sono divisi i compiti. Il capogruppo della Lega, Riccardo Molinari, ha chiamato gli omologhi di Pd e 5S, Chiara Braga e Riccardo Ricciardi. Il collega di FdI, Galeazzo Bignami, ha contattato Azione e Iv. Mentre il forzista Enrico Costa ha sentito Avs. Identico l’invito, rivolto a tutti gli interlocutori del centrosinistra: «Apriamo un …

ROMA – Giorgia Meloni ha dato l’ordine, lunedì sera, nel corso dell’ultimo vertice di maggioranza sulla legge elettorale: avviate il dialogo con le opposizioni, non offriamogli il pretesto per urlare all’ennesima forzatura, dire che noi vogliamo cambiare da soli le regole del gioco. E i pretoriani hanno eseguito: partendo dalla Camera, il ramo del Parlamento dove il ddl targato centrodestra è stato incardinato.

Da bravi scolaretti, si sono divisi i compiti. Il capogruppo della Lega, Riccardo Molinari, ha chiamato gli omologhi di Pd e 5S, Chiara Braga e Riccardo Ricciardi. Il collega di FdI, Galeazzo Bignami, ha contattato Azione e Iv. Mentre il forzista Enrico Costa ha sentito Avs. Identico l’invito, rivolto a tutti gli interlocutori del centrosinistra: «Apriamo un tavolo per modificare insieme il Rosatellum». Identica, sebbene con sfumature diverse, la risposta: «Nessun tavolo, il confronto lo faremo in commissione quando inizierà l’esame del vostro testo e degli emendamenti che saranno presentati».

Uno stop utile a capire quali siano le reali intenzioni degli avversari: se si tratta del solito trabocchetto, per fare poi come gli pare, o di un’autentica condivisione. Consapevoli che tendere la mano in un momento in cui la coalizione di governo è in affanno, incapace persino di trovare una quadra al suo interno — divisa (quasi) su tutto, dall’entità del premio alle preferenze — significherebbe toglierle le castagne dal fuoco. Tanto più per una correzione del sistema elettorale pensata per non rischiare di perdere al prossimo giro.

E pazienza se il meloniano Giovanni Donzelli ancora ieri insisteva: «Niente è precostituito, abbiamo già detto che siamo pronti a qualsiasi cambiamento, non c’è un pacchetto chiuso». Proponendo un ritocco al premio di maggioranza che le opposizioni considerano «sproporzionato» e dunque incostituzionale: lo si potrebbe ridurre, ha spiegato il n.2 di FdI, ma solo alla Camera (dove si prevedono 70 deputati aggiuntivi per chi ottiene il 40% dei voti), mentre al Senato resterebbe invariato.

La minoranza però non si fida. E, almeno per ora, fa muro. «È singolare che c’invitino al dialogo dopo che se la sono suonata e cantata, presentando un testo irricevibile, scritto tutto da loro», denuncia Alessandro Alfieri, responsabile riforme del Pd: «Aprono perché sono in difficoltà. Facciano tabula rasa, anche del premierato, e se ne può discutere».

Una linea che le forze del campo largo hanno concordato: la legge elettorale non è una priorità. Prima vengono i problemi degli italiani. E infatti. «Ci sediamo solo se si discute di salari, lavoro, costo della vita, liste d’attesa: è su questo che ci aspettavamo una convocazione», chiariscono i dem Boccia e Braga. Lo pensa anche Giuseppe Conte: a Palazzo Chigi parlano d’altro «e intanto ci sono rincari fuori controllo a carico di famiglie e imprese, tre anni di crollo della produzione industriale, licenziamenti, calo degli stipendi». La prova, per il verde Angelo Bonelli, che a destra «sono totalmente sconnessi dalla realtà». Quindi: «Non ci sono le condizioni», taglia corto Nicola Fratoianni. In scia i “piccoli”, Azione inclusa: «Noi siamo per il proporzionale», è la bocciatura di Matteo Richetti. Mentre Enrico Borghi di Iv chiude: «Sorprendono il tasso di furbizia e ambiguità della maggioranza. Non partecipiamo al tavolo». Anche perché «se l’avessero voluto, avrebbero dovuto aprirlo prima di depositare una propria proposta in Parlamento», chiosa Riccardo Magi di +Europa: «Adesso si sono infilati in un vicolo cieco». È in questo scenario che si inserisce la smentita di Marina Berlusconi, secondo alcuni retroscena impegnata a brigare con il Pd in vista delle prossime politiche: «Non sono né artefice, né ispiratrice di manovre volte a ridefinire alleanze e schieramenti, o addirittura a influenzare l’elezione del futuro presidente della Repubblica».

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