ROMA – La presidente del Consiglio Giorgia Meloni torna in aula dopo un anno per il premier time a Palazzo Madama. E le opposizioni battono dove il dente duole: i costi dell’energia, le tensioni internazionali, le tasche vuote degli italiani. Tutti nodi che la segretaria Pd Elly Schlein, a sera, dopo aver seguito a distanza il dibattito parlamentare, condensa in una sentenza: «Il governo ha fallito sull’economia».
A turno, i senatori delle minoranze prendono la parola e ritraggono un Paese in cerca di risposte: «In questi anni – argomenta il capogruppo Pd Francesco Boccia – i salari hanno perso oltre il 10% del potere d’acquisto reale», tanto che «6 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi nel 2025, mentre la pressione fiscale è salita al 43,1%». È la fotografia dello stallo: «La produzione industriale – aggiunge Boccia – è negativa da 37 degli ultimi 42 mesi. Le ore di cassa integrazione sono esplose oltre i 534 milioni nel 2025». E intanto chi paga la palude? Peppe De Cristofa…
ROMA – La presidente del Consiglio Giorgia Meloni torna in aula dopo un anno per il premier time a Palazzo Madama. E le opposizioni battono dove il dente duole: i costi dell’energia, le tensioni internazionali, le tasche vuote degli italiani. Tutti nodi che la segretaria Pd Elly Schlein, a sera, dopo aver seguito a distanza il dibattito parlamentare, condensa in una sentenza: «Il governo ha fallito sull’economia».
A turno, i senatori delle minoranze prendono la parola e ritraggono un Paese in cerca di risposte: «In questi anni – argomenta il capogruppo Pd Francesco Boccia – i salari hanno perso oltre il 10% del potere d’acquisto reale», tanto che «6 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi nel 2025, mentre la pressione fiscale è salita al 43,1%». È la fotografia dello stallo: «La produzione industriale – aggiunge Boccia – è negativa da 37 degli ultimi 42 mesi. Le ore di cassa integrazione sono esplose oltre i 534 milioni nel 2025». E intanto chi paga la palude? Peppe De Cristofaro di Alleanza verdi e sinistra denuncia in particolare le fatiche degli under 35: «Parla sempre di immigrazione e blocco navale, ma qui l’unica cosa bloccata è la condizione dei giovani, e non può nemmeno dire che il suo governo ha lavorato per combattere la precarietà». Ecco perché, rimarca il capogruppo di Avs, «al referendum nemmeno ha fatto votare i fuorisede: e continui così, tanto i giovani non voteranno per lei».
Per il M5S non parla il neo-capogruppo Luca Pirondini, ma il vicepresidente Stefano Patuanelli. Le domande alla premier sono capi di accusa: «Portate avanti politiche di austerità, non vi siete pentiti di aver firmato lo scellerato Patto di stabilità?». Quando Meloni evoca l’alibi di sempre – i costi impazziti dei bonus edilizi – in replica all’ex ministro dello Sviluppo economico saltano i nervi: «Mi sono stufato di rispondere sul superbonus, sapete quando è stata fatta l’ultima proroga per le villette familiari? Nel 2023 dal governo Meloni». Bagarre in aula tra schiamazzi e accuse. E l’aula rumoreggia anche – a inizio seduta – mentre il leader di Iv Matteo Renzi affonda i suoi colpi di fioretto: «Di fronte alla crisi dello stretto di Hormuz la vostra proposta è la legge elettorale». Conferma, se ne servissero altre, che il tavolo desiderato della maggioranza è un miraggio. Lo dice con nettezza la leader dem Schlein: «Cambiare il sistema di voto non è una priorità». E infatti alla Camera, a parlare con gli emissari del centrodestra ieri si sono presentati solo Matteo Richetti di Azione, Luigi Marattin (Partito Liberaldemocratico) e le minoranze linguistiche. Tutti, comunque, per bocciare il Melonellum della maggioranza. Non seducono, per ora, le ipotesi di modifica che circolano tra FI, Lega, FdI e Noi Moderati: abbassare il tetto massimo di seggi che è possibile vincere da 230 a 220 alla Camera, da 115 a 110 al Senato, alzare la soglia per la vittoria del premio da 40 a 42 e rivedere il ballottaggio. Ritocchi soft, che non fanno decollare la speranza meloniana di una collaborazione bipartisan.