ROMA – Stefano Patuanelli, il capogruppo del M5S famoso per la montatura degli occhiali alla Ivan Graziani, dà voce a una sensazione che hanno avvertito un po’ tutti. «Mi è sembrato che non avesse la solita cazzimma, è che ormai non ha in mano più niente da offrire e la prima a saperlo è lei». Sarà come dice Patuanelli, sarà che là fuori c’è il blocco di Hormuz, l’Ucraina, una mezza pandemia. Insomma, è vero che Giorgia Meloni ha meno smalto del solito al “premier time”, tutto si trascina grigio, come il cielo di Roma su questo pomeriggio al Senato. A salvare la giornata ai cronisti è il solito Matteo Renzi, che eccelle nella capacità di far saltare i nervi alla premier, perché a dirla tutta l’aria a palazzo Madama somiglia molto a un giorno mogio di fine legislatura, anche se ci sarebbe ancora un anno davanti. L’inizio del dibattito è garbato, tra Meloni e Carlo Calenda è il momento delle carinerie: «Ringrazio Calenda per il tentativo di portare il proprio contributo. Lei deve sapere…
ROMA – Stefano Patuanelli, il capogruppo del M5S famoso per la montatura degli occhiali alla Ivan Graziani, dà voce a una sensazione che hanno avvertito un po’ tutti. «Mi è sembrato che non avesse la solita cazzimma, è che ormai non ha in mano più niente da offrire e la prima a saperlo è lei». Sarà come dice Patuanelli, sarà che là fuori c’è il blocco di Hormuz, l’Ucraina, una mezza pandemia. Insomma, è vero che Giorgia Meloni ha meno smalto del solito al “premier time”, tutto si trascina grigio, come il cielo di Roma su questo pomeriggio al Senato. A salvare la giornata ai cronisti è il solito Matteo Renzi, che eccelle nella capacità di far saltare i nervi alla premier, perché a dirla tutta l’aria a palazzo Madama somiglia molto a un giorno mogio di fine legislatura, anche se ci sarebbe ancora un anno davanti. L’inizio del dibattito è garbato, tra Meloni e Carlo Calenda è il momento delle carinerie: «Ringrazio Calenda per il tentativo di portare il proprio contributo. Lei deve sapere che le porte del governo e quelle mie personali sono sempre aperte quando si ha voglia di confrontarsi». Il leader di Azione ricambia, non gli sembra vero che Meloni abbia annunciato che si comincia a fare sul serio sul nucleare: «Accolgo con gioia che finalmente avremo questo decreto e potremo partire. La ringrazio per la porta aperta, dobbiamo sforzarci di farlo diventare un portone». Tutti sembrano rilassati, il ministro Alessandro Giuli sorride e appare a suo agio anche se ha dimenticato a casa il panciotto e l’orologio da taschino stile capotreno della Transiberiana.
Senato, Renzi contro Meloni: "Persone non all'altezza. Anziché un governo sembra la Famiglia Addams"
Ci pensa Renzi a spruzzare un po’ di spray al peperoncino nell’aria, non appena gli si accende il microfono davanti. «Mi scuserete se provo a parlare di politica», esordisce dando un calcio negli stinchi a Calenda. E giù botte contro tutta la compagine di governo, il solito Adolfo Urso, Matteo Salvini e persino la new entry Alessandro Giuli, perché «se c’è uno così al governo è colpa sua, che l’ha tolto dal suo habitat naturale, altrimenti lui poteva restare nel bosco a suonare il flauto con il dio pan». Matteo Salvini non c’è, altrimenti - lui che con Giuli ha litigato di brutto sulla Biennale - a questo punto avrebbe finto un attacco di tosse per non ridere. Incassa sportivamente il ministro della Cultura, ma Renzi non ha finito. Prima però la parola va di nuovo a Meloni, che se l’è un po’ presa per questi attacchi a freddo, lei che aveva annunciato le sue «porte aperte» per l’opposizione. «Si invoca la presenza del presidente del Consiglio in aula praticamente ogni giorno per potersi confrontare sui temi della politica - aveva replicato a Renzi - e ogni volta che si viene qui, al netto di accuse e insulti, c’è oggettivamente poco di cui parlare». Il leader di Italia viva le risponde tirando fuori la citazione della giornata: «Io non vi ho offeso, vi ho solo paragonato alla Famiglia Addams. Casomai ad offendersi dovrebbero essere Morticia e lo zio Fester». Meloni non apprezza: «Battutona, divertentissimo...».
Anche quando parla il capogruppo dem Francesco Boccia, Giorgia Meloni cambia espressione. Sarà che erano amici e comunque in rapporti cordiali prima che entrasse a palazzo Chigi, ma le critiche di Boccia la feriscono sempre e ha preso a rispondergli per le rime. Boccia stesso si è fatto più pungente: «Vent’anni fa, quando arrivò in Parlamento, qualcuno poteva persino credere che lei volesse cambiare i palazzi del potere. Oggi è chiaro agli italiani che sono i palazzi del potere ad avere cambiato lei». Meloni sbuffa, fa una smorfia delle sue. Boccia, che ha studiato alla Bocconi, le rovescia addosso i dati negativi sull’economia, il fisco, la produzione industriale, i salari. Poi si concede un pizzico di populismo in salsa pugliese: «Governare non significa evocare il popolo, ma stare in mezzo al popolo. Da quanto tempo non prende un treno regionale, da quanto tempo non fa la spesa in un supermercato?». Su questo la premier ritrova un po’ di verve. «Sono andata a fare la spesa l’ultima volta al supermercato sabato scorso, se vuole può andare a chiedere, non so quando capita a lei». E ancora, con un certo mestiere, improvvisa una replica efficace: «Nell’interrogazione che i colleghi del Pd hanno presentato io avevo contato 18 domande. Non siamo in una interrogazione, senatore Boccia, siamo nel quizzone finale di un gioco a premi».