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Lega: morosità, addii e sondaggi. Il generale spaventa il capitano. “Una calamita per gli scontenti”

Matteo Salvini, sullo sfondo Vannacci

 

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Il diktat del leader: fuori chi non paga le quote. Sospetti su altre uscite verso Futuro nazionale
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ROMA – I fedelissimi di Matteo Salvini giurano che il loro “capitano” sopravviverà anche ai marosi di questa burrasca. Ma stavolta l’impresa è ardua. La Lega che fu caserma assomiglia sempre più a un condominio bizzoso. I problemi si moltiplicano, gli scontenti traslocano, i sondaggi angustiano. E se i più, nella cerchia del vicepremier, derubricano l’addio di Laura Ravetto, direzione Vannacci, con sghignazzi e perfidie («Ma quanti voti ha?», «non sarebbe mai stata ricandidata»), l’uscita dell’ex sottosegretaria berlusconiana è comunque il termometro di una china politica che, per il segretario lumbard, si fa sempre più travagliata. Lo stesso Salvini non avrebbe voluto strappi: quando ha saputo dell’incontro, sabato scorso, tra Vannacci e Ravetto in quel di Viareggio, si è messo al telefono. Ultima trattativa. Fallita.

Il grande cruccio, in maggioranza, è che la scissione di Vannacci non sia un fuoco d’artificio. Tre mesi dopo la clamorosa rottura con Salvini, gli ultimi sondaggi piaz…

ROMA – I fedelissimi di Matteo Salvini giurano che il loro “capitano” sopravviverà anche ai marosi di questa burrasca. Ma stavolta l’impresa è ardua. La Lega che fu caserma assomiglia sempre più a un condominio bizzoso. I problemi si moltiplicano, gli scontenti traslocano, i sondaggi angustiano. E se i più, nella cerchia del vicepremier, derubricano l’addio di Laura Ravetto, direzione Vannacci, con sghignazzi e perfidie («Ma quanti voti ha?», «non sarebbe mai stata ricandidata»), l’uscita dell’ex sottosegretaria berlusconiana è comunque il termometro di una china politica che, per il segretario lumbard, si fa sempre più travagliata. Lo stesso Salvini non avrebbe voluto strappi: quando ha saputo dell’incontro, sabato scorso, tra Vannacci e Ravetto in quel di Viareggio, si è messo al telefono. Ultima trattativa. Fallita.

Il grande cruccio, in maggioranza, è che la scissione di Vannacci non sia un fuoco d’artificio. Tre mesi dopo la clamorosa rottura con Salvini, gli ultimi sondaggi piazzano il partito del generale in zona 4%, pericolosamente vicino alla Lega, che è scivolata intorno al 6. Può essere una bolla destinata a sgonfiarsi, certo, ma pochi adesso escludono sul serio il contrario: che l’operazione politica, a destra della destra, possa invece alla fine riuscire. Anche dentro FdI qualche preoccupazione trapela sottotraccia. Ai piani alti di via della Scrofa sono consapevoli che, con Vannacci che rosicchia decimali ogni settimana, «ora un’alternativa si sta notando». Un’alternativa per essere ricandidati in Parlamento, beninteso. E dunque «chi è scontento, se ne va e se la gioca lì».

Dentro la Lega, al tema ricandidature, sottovoce ne aggiungono un altro: i soldi. Matteo Salvini un paio di settimane fa ha redarguito i gruppi: troppi morosi. Troppi non pagano le quote d’iscrizione. D’ora in poi, il monito, chi non salda gli arretrati sarà fuori. A seguire, sono partite le lettere del tesoriere, Alberto Di Rubba, formato Equitalia. «Chi non è certo di essere riconfermato in Parlamento al prossimo giro — il ragionamento a mezza bocca di diversi salviniani — piuttosto che pagare il conto, si accasa altrove».

Nei capannelli del Trantlantico si rincorrono rumors e polpette avvelenate sulle prossime uscite. C’è chi scommette che i prossimi a passare con l’ex parà siano due leghisti, Erik Pretto e Andrea de Bertoldi, ex FdI, che proprio ieri non ha votato il decreto fisco, «perché danneggia il Trentino». De Bertoldi, contattato, smentisce: «Ma no, sono un democristiano!». Anche tra i Fratelli ronzano sospetti. Sarebbe in bilico Alessia Ambrosi: a via della Scrofa sono irritati perché la deputata avrebbe tentato di organizzare una conferenza stampa alla Camera con Marco Rizzo, senza avvisare. Conferenza poi annullata. Mentre in Forza Italia due ex leghisti come Davide Bergamini e Attilio Pierro vengono descritti da alcuni colleghi come «tentati». Chiacchiericci, impressioni, forse congetture. Di sicuro Vanancci spera di centrare quota 10 deputati: così avrebbe un gruppo tutto per sé a Montecitorio. Più visibilità, più fondi.

Salvini studia le contromosse. A giugno vuole radunare in Veneto i gruppi, per fare squadra. Conta di strappare il candidato del centrodestra per il sindaco di Milano. Anzi, la candidata: il profilo è quello di una manager. Ma incassare la guida della coalizione in città, in una corsa comunque tribolata, sarebbe una magra consolazione se i Fratelli si ostinassero a pretendere la Lombardia del post Fontana, in cambio del Veneto lasciato al salviniano Alberto Stefani. Ecco, il Veneto. È stata l’ultima (o l’unica) gioia per il segretario in una legislatura più agra che dolce: il Carroccio tornato al 36%, come ai tempi d’oro, quelli del pre Papeete. Salvini sperava fosse l’avvio di un nuovo arrembaggio. A scrutare i sondaggi, è stato un petardo. E a proposito di Veneto: Luca Zaia, che senza avvisare Salvini è stato ricevuto da Marina Berlusconi, da settimane evita di commentare i tormenti del suo partito. Un silenzio che i suoi traducono così: non parla, perché altrimenti sarebbero dolori.

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