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“Salerno come Montecarlo”. De Luca ci prova ancora alla guida del campo rotto

Vincenzo De Luca

 

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A 33 anni dalla prima elezione a sindaco il “vicerè” torna a casa. Con sè non avrà il simbolo del Pd. Avs e M5s con un loro nome
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SALERNO – Al resort Saint Joseph, periferia orientale di Salerno, la sala è piena ma l’ospite si fa attendere. In prima fila anche quattro suore, una ventina di ragazze e ragazzi sordi dell’istituto Smaldone, molti anziani. Sono qui per il candidato sindaco che non si vede, non va in tv, non fa comizi in piazza, ma tutti già sanno che lunedì — a meno di cataclismi imprevedibili — il prescelto sarà lui, l’eterno Vincenzo De Luca.

La prima volta che venne eletto a Salerno era il 1993, la stagione dei sindaci. Sono trentatré anni che governa la città sul mare, tenuto conto che per gli ultimi dieci, mentre era impegnato come presidente della Regione, ha piazzato sullo scranno più alto di Palazzo Città un suo fedelissimo, Vincenzo Napoli, che si è prontamente dimesso con un anno di anticipo per lasciargli il posto. Trentatré anni...«nemmeno Stalin è stato al potere così a lungo, si è fermato a 32», scherza l’ex senatore del M5S, Andrea Cioffi, che pure nel 2011 tentò la corsa a sindaco.

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SALERNO – Al resort Saint Joseph, periferia orientale di Salerno, la sala è piena ma l’ospite si fa attendere. In prima fila anche quattro suore, una ventina di ragazze e ragazzi sordi dell’istituto Smaldone, molti anziani. Sono qui per il candidato sindaco che non si vede, non va in tv, non fa comizi in piazza, ma tutti già sanno che lunedì — a meno di cataclismi imprevedibili — il prescelto sarà lui, l’eterno Vincenzo De Luca.

La prima volta che venne eletto a Salerno era il 1993, la stagione dei sindaci. Sono trentatré anni che governa la città sul mare, tenuto conto che per gli ultimi dieci, mentre era impegnato come presidente della Regione, ha piazzato sullo scranno più alto di Palazzo Città un suo fedelissimo, Vincenzo Napoli, che si è prontamente dimesso con un anno di anticipo per lasciargli il posto. Trentatré anni...«nemmeno Stalin è stato al potere così a lungo, si è fermato a 32», scherza l’ex senatore del M5S, Andrea Cioffi, che pure nel 2011 tentò la corsa a sindaco.

La candidatura di De Luca, sostenuto da sette liste ma senza quella ufficiale del Pd, ha portato alla spaccatura del Campo Largo, che qui è diventato un Campo Rotto: l’eterno Faraone da una parte, una coalizione Avs-M5S dall’altra, con alla guida Franco Massimo Lanocita, un avvocato amministrativista. Tutti sentono che c’è bisogno di un cambiamento, la città appare ferma, gli stessi sostenitori di De Luca ne sono consapevoli. «Serve una nuova spinta, in questi ultimi dieci anni — ammette Domenico Credendino, presidente della fondazione Cassa di risparmio salernitana — è mancata una forza propulsiva, ci siamo chiusi in difesa».

Gli ammiratori del Viceré sperano che gli riesca ancora, a settantasette anni, la vecchia magia. Quel tocco fatto di decisionismo, visione e anche un pizzico di arroganza, che effettivamente ha dato un volto nuovo alla città. Basta guardare al lungomare, ai locali del centro storico, alla stazione marittina firmata da Zaha Hadid, alla cittadella giudiziaria disegnata da David Chipperfield. Ma da allora una mano di polvere si è posata sul comune, il rinascimento salernitano fatichi a vederlo nelle vetrine chiuse sotto la scintillante piazza della Libertà, nei locali che avrebbero dovuto ospitare le boutique del lusso e invece languono privi di manutenzione. In centro è pieno vendesi e affittasi. Gli unici negozi che spuntano a ogni angolo sono quelli gestiti da bangladesi che vendono souvenir.

De Luca finalmente arriva, sempre di corsa, sempre evitando come la peste i giornalisti, e chiede a tutti di crederci ancora, perché soltanto lui può essere il demiurgo della città. «Salerno non era niente, neanche un segno sulla carta geografica. C’è voluto un lavoro immane per trasformarla radicalmente, io c’ho rimesso la vita per fare queste cose. Nel centro non si poteva entrare, faceva paura, dappertutto spaccio, prostituzione, degrado totale».

Non ci sono dubbi, non ci sono incertezze. «Piazza della Libertà è la più grande opera civile realizzata in Italia dal Rinascimento fino a oggi». De Luca, che ormai indossa la maschera del personaggio che gli ha cucito addosso Crozza, è tutto un catalogo di superlativi, dipinge davanti agli occhi dell’uditorio la sua città come fosse Dubai. «Voglio una spiaggia di sette chilometri, come a Copacabana. Salerno diventerà la Montecarlo d’Italia: più alberghi, più residence, piscine, le palme». E naturalmente lo Sceriffo a vigilare sulla tranquillità di tutti, «perché chi viene deve rispettare le regole, sennò sarà buttato fuori senza pietà».

Se il Pd ha rinunciato a presentarsi (il segretario regionale è il figlio dell’ex governatore) e ha dato via libera al quinto mandato di De Luca in cambio del sostegno alla corsa di Roberto Fico in regione, chi non si arrende sono quelli di Avs. Franco Mari è il deputato di Salerno, anima della sinistra in città, e contesta tutta la “narrazione” del miracolo deluchiano. «La verità — spiega davanti a un caffè mentre sul mare si abbatte un temporale — è che un periodo di governo così lungo non si giustifica con la presunta buona amministrazione. De Luca ha saputo costruire un sistema di potere molto pervasivo, qui non si alza una mattonella se non lo decide lui. È un blocco di potere che vede schierati tutti i costruttori, i maggiori beneficiari di questo tipo di sviluppo urbanistico che riempie di cemento tutti i vuoti. Una concezione vecchia, superata ovunque».

In tutto questo, il centrodestra che fa? Dopo aver recuperato Forza Italia, che all’inizio sembrava persa in un progetto autonomo di centro, si presenta unito dietro la candidatura di Gherardo Maria Marenghi, un fratello d’Italia uscito dal cilindro del viceministro Edmondo Cirielli. «Io ho 45 anni, la prima volta che De Luca diventò sindaco andavo alle medie». È chiaro che la destra ha un problema, sembra ogni volta rinunciare a competere per davvero e comunque sono trent’anni che perde. Marenghi ammette il problema: «Purtroppo è capitato che anche candidati a sindaco di centrodestra in passato siano finiti con De Luca. Questo ha reso meno credibile l’alternativa agli occhi dei cittadini». Il «missino del terzo millennio», come si definisce, sa che anche stavolta, a meno di un miracolo, l’alternativa non si vedrà. Da più parti si dà per scontata una vittoria al primo turno. Eppure Franco Mari, finito il temporale sul porto, si allontana con una speranza: «Tra i giovani c’è tanta voglia di cambiamento. Potrebbe arrivare un risultato che cammina sottotraccia».

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