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Derisi, molestati e feriti: l’oltraggio di Ben-Gvir agli attivisti della Flotilla

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Al porto di Ashdod l’umiliante show del ministro israeliano della Sicurezza. Parla a Repubblica l’avvocata di Adalah, entrata nell’hangar per l’assistenza legale: “Tanti raccontano di violenze subite dai militari, tre sono stati colpiti da proiettili di gomma e sono finiti in ospedale, alcune donne riferiscono di molestie sessuali”.
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Su un tappeto di schiene umiliate e vilipese, il ministro dell’odio balla la danza più indecente. La propaganda. «Erano arrivati con tanto orgoglio, guardateli come sono ridotti ora», dice, tronfio, Itamar Ben-Gvir, impugnando la bandiera di Israele con la mano sinistra, e invitando con la destra a rivolgere lo sguardo agli uomini e alle donne che la polizia ha bendato, ammanettato in lacci di plastica e messo in ginocchio, con l’ordine di non staccare la fronte dal pavimento, perché la mortificazione sia piena, completa e finale.

È la scena forse più penosa dello show di Ben-Gvir, trasmesso sui propri canali social e girato all’interno del porto di Ashdod, tra i 428 attivisti della Flotilla (tra cui 29 italiani, compreso il parlamentare dei 5 Stelle Dario Carotenuto) in stato di fermo. E mentre gli altoparlanti diffondono a tutto volume l’Hatikvah, l’inno nazionale. «Benvenuti in Israele, siamo noi i padroni di casa», urla Ben-Gvir a chi non è autorizzato ad alzare la testa.

Lo show …

Su un tappeto di schiene umiliate e vilipese, il ministro dell’odio balla la danza più indecente. La propaganda. «Erano arrivati con tanto orgoglio, guardateli come sono ridotti ora», dice, tronfio, Itamar Ben-Gvir, impugnando la bandiera di Israele con la mano sinistra, e invitando con la destra a rivolgere lo sguardo agli uomini e alle donne che la polizia ha bendato, ammanettato in lacci di plastica e messo in ginocchio, con l’ordine di non staccare la fronte dal pavimento, perché la mortificazione sia piena, completa e finale.

È la scena forse più penosa dello show di Ben-Gvir, trasmesso sui propri canali social e girato all’interno del porto di Ashdod, tra i 428 attivisti della Flotilla (tra cui 29 italiani, compreso il parlamentare dei 5 Stelle Dario Carotenuto) in stato di fermo. E mentre gli altoparlanti diffondono a tutto volume l’Hatikvah, l’inno nazionale. «Benvenuti in Israele, siamo noi i padroni di casa», urla Ben-Gvir a chi non è autorizzato ad alzare la testa.

Lo show dello scandalo internazionale, dell’indignazione collettiva, che ora spinge i governi europei a protestare e Netanyahu ad arretrare, tant’è che per la prima volta rimprovera al suo ministro della Sicurezza nazionale di non essere «in linea con le norme e i valori del Paese». Ma Ben-Gvir è Ben-Gvir, si sa da sempre, quel che ha fatto può sorprendere soltanto chi non lo conosce. Quando a Ashdod è ormai notte, e dal cancello del scalo inaccessibile alla stampa sfilano via i pullman che non vanno all’aeroporto ma a Ketziot, la prigione di massima sicurezza nel deserto del Negev, diventa chiaro che la campagna elettorale per il voto di ottobre è cominciata. Sui corpi dei volontari della Flotilla.

«Molti hanno denunciato violenze, dicono di avere le costole rotte, in diversi sostengono di aver subito molestie sessuali, per lo più verbali ma non posso entrare nello specifico, due sono stati portati in ospedale perché avevano ferite da proiettili di gomma». Le luci delle gru caricatrici illuminano di rosso la faccia stanca dell’avvocata Suhad Bishara del team legale Adalah, che assiste la Flotilla. Il governo israeliano aveva dichiarato che gli spari delle forze speciali erano diretti solo contro le barche della missione civile che faceva rotta su Gaza, e non contro le persone. «Mi risulta che in tre sono stati presi dai proiettili, uno di loro, un ragazzo, mi ha detto di essere stato colpito sulla cosiddetta nave-prigione».

Gli attivisti chiamano così il cargo usato dalla marina dello Stato ebraico per raccogliere tutti gli equipaggi bloccati in acque internazionali e trasferirli a terra. Le immagini dimostrano che Ben-Gvir, ieri mattina, è salito anche a bordo del cargo.

Sul ponte di poppa si vedono una ventina di accucciati, immobili, come se il laminato blu che hanno di fronte fosse un dio da pregare. Altri attivisti vengono trascinati dai poliziotti, camminano piegati, reggono dei fogli e dei sacchetti. Nessuno di loro ha il telefonino, buttato in mare prima dell’abbordaggio. Si scorge la sagoma di Antonella Bundu, l’ex candidata governatrice della Regione Toscana, con le mani legate. «Ottimo lavoro», dice Ben-Gvir, quando un poliziotto afferra la testa della donna che gli ha appena urlato «free, free Palestine» per spingerla a terra. Immagini pubblicate sul suo profilo Instagram, che è anche quello di Otzma Yehudit (Potere ebraico), il partito nazionalista, estremista e sionista religioso di cui è leader. «Israele vive, Israele vive», ripete in faccia a uno che sta mormorando qualcosa. Ben-Gvir si comporta come se tutto questo fosse il suo comizio elettorale. Di fatto, lo è. «Non vi preoccupate dei loro lamenti», rassicura i poliziotti e gli agenti dello Shin Bet che hanno organizzato, nel porto di Ashdod, ciò che il loro ministro ha preteso.

«I trattamenti che hanno subito i partecipanti alla Flotilla stavolta sono stati più duri rispetto alle altre missioni», afferma l’avvocata Bishara. «Si nota uno schema di violenze sistematiche, avvenute sia sulle barche sia durante il trasporto a terra. Una donna camminava a fatica, non posso dire cosa aveva, è svenuta prima di arrivare all’udienza con l’ufficiale dell’immigrazione». Ossia la fase, dopo l’identificazione, nella quale agli attivisti viene chiesto di firmare la propria espulsione. «Molti non l’hanno fatto, si sono messi in sciopero della fame».

Ben-Gvir non era l’unico componente del governo israeliano che ha pensato di sfruttare l’occasione. Si è vista anche Miri Regev, la ministra dei Trasporti membra del Likud, il partito di Netanyahu. Ha postato un paio di video, mostrando gli inginocchiati in uno dei padiglioni. È l’orrendo spettacolo messo in piedi da Ben-Gvir, tuttavia, a catalizzare l’attenzione politica e mediatica, prima all’estero e poi in Israele.

Subito dopo la richiesta urgente di spiegazioni e di scuse arrivata dal governo italiano, il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar si scaglia contro il collega di coalizione. «Non sei tu la faccia di Israele». Troppo tardi. La polemica monta, a protestare sono anche i governi di Francia, Belgio, Canada, Olanda e Spagna (sulla Flotilla ci sono attivisti di 40 nazioni), deve intervenire Netanyahu.

«Israele ha tutto il diritto di impedire alle flottiglie provocatorie di sostenitori del terrorismo di Hamas di entrare nelle nostre acque territoriali e raggiungere Gaza, ma il modo in cui il ministro Ben-Gvir ha trattato gli attivisti non è in linea con i valori e le norme di Israele», dichiara il primo ministro. «Ho dato disposizioni che vengano subito espulsi». Ma in pochi sono stati accompagnati all’aeroporto, tra essi Carotenuto e Alessandro Mantovani, giornalista del Fatto. Per tutti gli altri, la prigione di Ketziot.

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