VENEZIA – Venezia è acqua e terra. Arcipelago e laguna. Sono le calli affollate di turisti che trascinano trolley giganti sui ponti panoramici, e al tempo stesso i quartieri operai di Marghera e Campalto, con le “formichine” bengalesi che mangiano in terra davanti a Fincantieri. “Giudecca non è Castello”, dice la Venezia di Mare. Via Piave non è più vivibile, dice la Venezia di terra, preoccupata dalla criminalità intorno alla stazione di Mestre. Al voto nel prossimo fine settimana vanno tutti, con preoccupazioni diverse e a volte opposte. “Se le paratie del Mose si alzano Venezia è salva e il porto soffre, se si abbassano Venezia rischia l’inondazione, ma le navi arrivano”, racconta con una sola immagine Giampiero Beltotto, presidente del Teatro stabile del Veneto. È dentro questo conflitto tra attività produttive e salvaguardia del territorio, tra lavoro e bellezza, come se le due cose non potessero mai andare insieme, che si muove la politica della città. E che si confrontano le du…
VENEZIA – Venezia è acqua e terra. Arcipelago e laguna. Sono le calli affollate di turisti che trascinano trolley giganti sui ponti panoramici, e al tempo stesso i quartieri operai di Marghera e Campalto, con le “formichine” bengalesi che mangiano in terra davanti a Fincantieri. “Giudecca non è Castello”, dice la Venezia di Mare. Via Piave non è più vivibile, dice la Venezia di terra, preoccupata dalla criminalità intorno alla stazione di Mestre. Al voto nel prossimo fine settimana vanno tutti, con preoccupazioni diverse e a volte opposte. “Se le paratie del Mose si alzano Venezia è salva e il porto soffre, se si abbassano Venezia rischia l’inondazione, ma le navi arrivano”, racconta con una sola immagine Giampiero Beltotto, presidente del Teatro stabile del Veneto. È dentro questo conflitto tra attività produttive e salvaguardia del territorio, tra lavoro e bellezza, come se le due cose non potessero mai andare insieme, che si muove la politica della città. E che si confrontano le due visioni dei principali contendenti, Andrea Martella per il centrosinistra e Simone Venturini per il centrodestra.
Luigi Brugnaro è alla fine del suo ciclo da sindaco. Undici anni in cui è stato il padrone, muovendosi con spirito da imprenditore dentro a un organismo delicatissimo. Fatto di arte, cultura, fondazioni, patrimonio storico troppo spesso svenduto ai più diversi predatori di bellezza: i fondi immobiliari, le catene alberghiere, quelle del turismo. È indagato per finanziamento illecito e corruzione, ma nel secondo caso non c’è un rinvio a giudizio e non sembra questo il motivo della stanchezza della città nei suoi confronti. Il candidato alla successione, Venturini, assessore nelle sue giunte, trentanovenne che arriva dall’Udc, è alla guida di una coalizione che tiene dentro Forza Italia, la Lega e Fratelli d’Italia. Non semplice, viste le lotte intestine della destra di cui Venezia è stata preda: il caso di Beatrice Venezi alla Fenice, chiamata con largo anticipo dal sovrintendente Colabianchi che – è il sospetto nel centrodestra – l’avrebbe mandata al massacro contro l’orchestra per poi licenziarla; lo scontro sulla Biennale, mal gestito e diventato una sorta di redde rationem tra il presidente Pietrangelo Buttafuoco e il ministro della Cultura Alessandro Giuli. Una rissa che prescinde dal merito del padiglione russo, mentre molto ha a che fare con la sofferenza di una destra in crisi di identità e – dopo il referendum – anche di consenso. E ancora, la cacciata dalla guida del carcere di Enrico Farina, direttore amatissimo in laguna, ispiratore di mille progetti per il reinserimento dei detenuti. Un trasferimento deciso “da Roma” per manovre politiche che, osservate dal mondo a parte veneziano, appaiono incomprensibili.
Su questi tradimenti si fonda il tentativo di rimonta del centrosinistra, che corre unito dai 5 stelle fino a Italia Viva - solo Calenda resta a guardare - con alla guida il dem Andrea Martella. Sul ponte delle Guglie, a due passi dal palazzo storico affrescato dal Tiepolo che la Rai ha deciso di svendere insieme a gran parte del suo patrimonio immobiliare, il senatore Pd arriva accompagnato dalla figlia Aurora e dal cane Zeno. Mangia poco, corre molto, lavora da mesi a questa campagna, ascolta preoccupato il presidio in cui i giornalisti Rai e gli amanti dell’arte chiedono conto all’azienda del destino di palazzo Labia. Dove ballavano Grace Kelly e Charlot, dove un tempo la tv di Stato trasmetteva i concerti, affacciati sul Canal grande.
A Venezia Martella promette una vita che non sia solo turismo, ma che punti – per crescere – “sull’arte, sulla ricerca, sull’università che perde iscritti perché mancano le case e i servizi. Il nostro piano non riguarda solo l’edilizia popolare, ma anche il social housing per artigiani, musicisti, impiegati che lavorano qui”. La sfida è lottare contro lo spopolamento: gli abitanti della città d’acqua si sono dimezzati in 50 anni, 100mila nel 1977, 47.625 nel 2025, le nascite calano, la popolazione invecchia, bisogna agire subito perché Venezia resti quel che è e non diventi invece un gigantesco parco a tema per turisti che spesso scelgono le scarpe sbagliate (un’immagine per tutte: donna su zoccoli dal tacco alto traballa appendendosi alle braccia del compagno).
Per questo Martella ha presentato in Parlamento un disegno di legge che segue il modello di Roma Capitale. E vuole lanciare una gara tra i migliori scienziati del mondo per capire come fare perché non avvenga quel che teme il Nobel dell’Acqua Andrea Rinaldo: a fine secolo il mare si alzerà di un metro, e Venezia rischia di essere sommersa. Come consulente per la sicurezza a Mestre, dove vive, ha chiamato Franco Gabrielli: “La affronteremo mettendo insieme controllo del territorio, riqualificazione urbana e prevenzione. Tutto quello che negli anni è stato smantellato”. Soprattutto, propone un assessore alla Pace e uno alla Cultura: Brugnaro aveva tenuto le deleghe, “il caos su Venezi e Biennale nasce anche da lì”.
Nicola Pellicani, segretario della fondazione che ogni anno anima il Festival della Politica, ex parlamentare e ora capolista del Pd, ha fatto una campagna di ascolto durata tre anni che è stata la base del programma di centrosinistra. E l’ha fatta camminando: fotografando a via Piave le case murate. Partendo da un punto: “A Venezia i posti per turisti hanno superato quelli per residenti, 51.538 contro 47.631. 24.160 sono locazioni turistiche, il resto alberghi. Ci sono 5000 appartamenti del comune e 5mila dell’Ater, di cui almeno 2500 sfitti. Alcuni, murati, perché nessuno possa entrarci dentro. Noi proponiamo di investire 50 milioni in 5 anni destinando all’emergenza casa le entrate delle tasse turistiche”. Il ticket introdotto da Brugnaro alcuni giorni all’anno, dicono a sinistra, non ha funzionato. Lo dimostrano, impietosi, i numeri. “Noi pensiamo a una carta di prenotazione multilivello che consenta di gestire i flussi”.
Simone Venturini ha il suo quartier generale a Mestre. Al bar lo salutano incitandolo in veneto: “Mi raccomando, tieni duro”. Parlano della moschea. Era la giunta Brugnaro ad aver promesso un terreno alla comunità bengalese. Ma la Lega si è messa di traverso e il progetto è uscito dal programma e dai ricordi, così come Prince – leader della comunità con tessera di Fratelli d’Italia – è uscito dalle liste elettorali. “Una cosa è un centro islamico adeguato alla libertà di culto, un altro una moschea da 8mila persone piena di cupole che simbolicamente sarebbe un danno”, spiega Venturini. È stato assessore, ha lavorato per l’integrazione, “sarà compiuta quando tutte le donne bengalesi lavoreranno”, punta tutto sulla conoscenza puntuale dei problemi della città che ha contribuito a governare. La presidente del Consiglio Meloni non verrà a sostenerlo, ha mandato un video, ma questo non lo preoccupa. Aspetta Matteo Salvini che verrà a inaugurare i lavori della nuova stazione di Mestre: “Servirà a cucire Marghera e il centro, la aspettiamo da anni”. E non è intimidito dalla dimensione più nazionale di Martella, che anzi vede come un punto debole. Così come pensa che a rendere più difficile il suo operato sarebbero i troppi comitati che lo sostengono e che “spesso agiscono come blocco per le opere pubbliche e per progetti importanti, come l’ex ospedale abbandonato”.
Poco distante dal bar moderno (con atelier d’artista all’ultimo piano) in cui lo incontriamo, c’è una società multiservizi che è anche una scuola di lingua “e di educazione civica” gestita da Rhitu Mya e dal marito. Rhitu è bengalese di origine, italiana di seconda generazione, si candida col Pd nel nome dell’integrazione. La sua pagina Facebook è seguita da 200mila persone, bengalesi in Italia e nel Bangladesh. È laureata in architettura allo Iuav, è andata a Barcellona, poi è tornata perché nella sua città è stata sempre un ponte tra le due culture. “Vivo su una soglia – racconta – che permette di parlarsi agli autoctoni e alla comunità dei bengalesi portando a ognuno le istanze degli altri”. Su 40mila stranieri, a Venezia, ci sono 20mila bengalesi tra residenti e domiciliati. Molti lavorano a Fincantieri a Mestre, ma in migliaia sono gestiti da ditte subappaltanti che troppo spesso li sfruttano e sottopagano. Rhitu lavora con loro e con le mogli. Da musulmana, insegna alle donne l’autonomia e la libertà. E si impegna perché a dominare sia la logica dell’incontro, “che è ricchezza”, non quella della paura. Non porta il velo, eppure a 14 anni aveva deciso di farlo perché era in cerca della sua identità, e l’aveva trovata nella cultura di origine. Ogni cambiamento, ogni scelta, l’ha fatta insieme alla sua famiglia che l’ha sostenuta e ha fatto sacrifici perché potesse studiare e realizzarsi. È questo che tenta di insegnare. L’importanza dell’istruzione, dell’autonomia e della libertà per le donne. Dalla porta dell’ufficio, ora pieno di volantini, la osserva l’immagine di una bambina di due anni con un vestito da sirenetta. È la figlia. “Per lei sarà più facile?”. “Non lo so – risponde mostrando tutti gli insulti e le minacce ricevuti in queste settimane di campagna elettorale - ma mi candido per questo”.