MESSINA – Francesco Cannizzaro detto Ciccio vuole unire Reggio Calabria a Messina col ponte immaginario di Salvini: perciò lui — 46 anni, perito elettrotecnico e deputato forzista — si è candidato sindaco per il centrodestra nel capoluogo più a Sud della penisola, retto dalla sinistra che invece lo combatte. Versione aggiornata di Cetto La Qualunque, ha chiuso il suo primo comizio invocando l’aiuto di Dio e della Madonna della Consolazione. Virale sui social, “chiù pilu pi tutti” ha commentato Fiorella Mannoia, fra le polemiche.
Sull’altra costa, l’avvocato Marcello Scurria che si racconta civico ma è un’invenzione di Matilde Siracusano, oriunda sottosegretaria azzurra nonché compagna di Roberto Occhiuto, presidente della Regione di rimpetto, intende fare lo stesso però all’inver…
MESSINA – Francesco Cannizzaro detto Ciccio vuole unire Reggio Calabria a Messina col ponte immaginario di Salvini: perciò lui — 46 anni, perito elettrotecnico e deputato forzista — si è candidato sindaco per il centrodestra nel capoluogo più a Sud della penisola, retto dalla sinistra che invece lo combatte. Versione aggiornata di Cetto La Qualunque, ha chiuso il suo primo comizio invocando l’aiuto di Dio e della Madonna della Consolazione. Virale sui social, “chiù pilu pi tutti” ha commentato Fiorella Mannoia, fra le polemiche.
Sull’altra costa, l’avvocato Marcello Scurria che si racconta civico ma è un’invenzione di Matilde Siracusano, oriunda sottosegretaria azzurra nonché compagna di Roberto Occhiuto, presidente della Regione di rimpetto, intende fare lo stesso però all’inverso: unire Messina a Reggio col medesimo ponte immaginario. Facendo leva sull’asse che dal governo nazionale arriva dritto nel capoluogo più a Nord della Sicilia: strappato, sperano, a Cateno De Luca, il Masaniello autonomista che qui ancora comanda con un suo figlioccio. Prova ne è la sfilata di ministri e leader di partito sbarcati in massa a promettere fiumi di denaro.
Insieme al voto
Che poi, a ben vedere, da queste parti il ponte esiste già, l’ha costruito il caso: lastricato di cambi di casacca, rovesci amministrativi e un trasformismo endemico che è la cifra politica del Mezzogiorno. Tra maggioranze evaporate e dimissioni anticipate, mai era successo che le due sponde dello Stretto votassero per le comunali insieme. Complice un calendario elettorale ballerino come le correnti che increspano il canale e adesso agitano le città gemellate da un progetto che forse non vedrà mai la luce, ma è il sogno della destra. «I pianeti si sono allineati», scherzano i berlusconiani, convinti di aver trovato il traino decisivo per vincere.
Reggio e il ritorno al passato
Ciò che però non dicono è qual è il vero traino della doppia contesa: un centrosinistra in crisi nera. Reggio — da mesi acefala dopo l’uscita di Giuseppe Falcomatà, eletto in Regione a ottobre — è guidata dall’ultimo vice andato ad allungare la schiera di assessori sostituiti come calzini in meno di due lustri: tredici, tutti approdati a destra. Ex giovane dc, Mimmo Battaglia — anche lui figlio d’arte, pure suo padre è stato sindaco — è il capitano di una coalizione amputata: il M5s non è riuscito neppure a presentare la lista; la più forte è quella del Pd che viaggia intorno al 20% ma non sembra sufficiente a contrastare l’armata dello sfidante. Il quale ne conta il doppio, in buona parte composte da transfughi dell’amministrazione precedente: Armando Neri, ex amico e vice di Falcomatà, è traslocato armi e bagagli nella Lega, di cui è diventato segretario cittadino; come l’ex portavoce, Gianluca Califano, che ha traghettato Azione nella compagine avversaria. Ma Battaglia, di nome e di fatto, non si dà per vinto: «Se arriviamo al ballottaggio, grazie anche al voto disgiunto, ce la possiamo fare», sospira alla fine di un confronto con gli altri candidati ma non Cannizzaro, disperso da settimane: a causa della sua scarsa dimestichezza coi congiuntivi, gli è stato consigliato di parlare poco in pubblico. Accorato l’appello di Nicola Irto, segretario regionale del Pd: «Dobbiamo salvare la città - dice - io me lo ricordo quando pignoravano i lampadari e i divani a palazzo San Giorgio, ci hanno portati al dissesto, il primo capoluogo d’Italia sciolto per mafia. Noi abbiamo risanato i conti, ricucito le periferie, se vincono loro, tornano tutti quelli di prima». È l’incubo della restaurazione.
Messina alla sfida del populismo
Sulla riva opposta, il centrosinistra sta messo ancora peggio. Antonella Russo, la consigliera dem sacrificata sull’altare di una partita impossibile, non lo nasconde: «Mi sono immolata per dare a Messina un’altra chance rispetto alla destra che ha sempre governato, tranne la parentesi di De Luca e della sua controfigura, l’attuale sindaco Federico Basile». Ovvero l’incomodo che sembra aver già ipotecato il bis. Anche lei consapevole che non si può andare lontano col solo sostegno del Pd e di un’altra lista, formata dal M5s più Controcorrente di Ismaele La Vardera, l’ex Iena insediata all’Ars da Sud chiama Nord prima del divorzio. Tanto più che l’uscente — dimissionario su ordine del capo-partito, deciso a blindare la roccaforte mamertina per rafforzare la sua corsa alla presidenza della Regione — di liste ne ha presentate 15, in splendida solitudine e senza allearsi con nessuno. Al contrario di quel che avvenne nel ‘22, quando si coalizzò con la Lega, ma poi litigarono e 12 consiglieri passarono all’opposizione. Un esercito di mille “soldati”, pescati per lo più nei ranghi del Comune e delle partecipate. «Spacciano per partecipazione civica la militarizzazione del consenso», accusa il segretario cittadino del Pd Alberto Hyerace. «Hanno costruito un sistema di potere che vive sul ricatto», rincara il forzista Scurria. Ma Basile contrattacca: «Siamo una forza post-ideologica che ha amministrato facendo cose di destra e di sinistra. Perciò abbiamo tanto seguito. Nel 2018, quando De Luca divenne sindaco, avevamo 18 autobus e i conti in rosso: oggi sono 230 e il bilancio è in utile». Non per caso pure sul ponte si tiene largo: «A che serve dirsi a favore o contro? Ormai c’è una legge nazionale, bisogna solo capire come gestirne l’impatto».
Lo sa anche il competitor azzurro, ex commissario alle baroccopoli, che adesso confida «nella tenuta del Pd» per agguantare il ballottaggio: «Se succede, vinciamo», scommette Scurria. Un altro dai confini labili: a lungo segretario dei Ds, ha poi imboccato il percorso che l’ha portato fra le braccia di Siracusano, indicata come vice per tiragli la volata. Perfetta sinossi della politica meridionale: il trasformismo non è più scandalo, ma metodo di governo. Lo insegnava già il principe di Salina nel Gattopardo: deve cambiare tutto perché nulla cambi davvero.