L’attivista della Flotilla: “Chiuso in uno stanzino con un coltello alla gola fingevano di colpirmi”
di Alessia CanditoMi hanno portato in uno stanzino e mi hanno messo un coltello alla gola. Più di una volta hanno fatto uno scatto, come se stessero per colpirmi. Si fermavano solo all’ultimo secondo». Dario Salvetti, dirigente sindacale del Collettivo di fabbrica – Ex Gkn, è uno dei ventisette italiani arrivati a Istanbul dopo aver passato 36 ore nelle mani dell’esercito e delle forze speciali israeliane.
«Un incubo», dice. E tanti ne portano addosso i segni. All’arrivo in Turchia, molti dei 428 attivisti intercettati in acque internazionali e rimasti per più di un giorno e mezzo nelle mani dei soldati israeliani, sono stati portati in infermeria, ma è ancora presto – spiegano dalla Global Sumud Flotilla – per avere un quadro preciso delle loro condizioni. «Le visite sono ancora in corso», conferma Salvetti. La “sua” don Juan è stata una delle ultime dieci barche a essere intercettate «e già da quel momento - racconta - hanno iniziato a spararci addosso. Ma è importante premettere una cosa e tenerla a…
Mi hanno portato in uno stanzino e mi hanno messo un coltello alla gola. Più di una volta hanno fatto uno scatto, come se stessero per colpirmi. Si fermavano solo all’ultimo secondo». Dario Salvetti, dirigente sindacale del Collettivo di fabbrica – Ex Gkn, è uno dei ventisette italiani arrivati a Istanbul dopo aver passato 36 ore nelle mani dell’esercito e delle forze speciali israeliane.
«Un incubo», dice. E tanti ne portano addosso i segni. All’arrivo in Turchia, molti dei 428 attivisti intercettati in acque internazionali e rimasti per più di un giorno e mezzo nelle mani dei soldati israeliani, sono stati portati in infermeria, ma è ancora presto – spiegano dalla Global Sumud Flotilla – per avere un quadro preciso delle loro condizioni. «Le visite sono ancora in corso», conferma Salvetti. La “sua” don Juan è stata una delle ultime dieci barche a essere intercettate «e già da quel momento - racconta - hanno iniziato a spararci addosso. Ma è importante premettere una cosa e tenerla a mente».
Prego
«Quello che abbiamo subito noi è un millesimo di quello che subiscono regolarmente i palestinesi. Se Israele ha fatto questo a noi, si può solo immaginare il livello di impunità di cui godono nel fare le peggiori efferatezze».
Contro di voi hanno usato proiettili di gomma?
«No, sembravano proiettili da caccia. Alcuni di noi, li hanno riconosciuti come quelli che si usano per le anatre, con un’anima in acciaio o piombo e poi degli strati esterni di qualcosa che sembra tessuto. Fanno male e possono causare danni seri. Ci hanno sparato addosso più volte: sulle barche, sulla nave prigione».
Dopo l’abbordaggio cos’è successo?
«Dalla barca vieni portato su questa nave prigione, che è un campo di concentramento in miniatura fluttuante, con container circondati da filo spinato. E lì ti senti perso perché ti rendi conto che non esistono più regole».
Cosa significa questo?
«Non sei più nessuno. Non sai dove sei, non hai nessun diritto perché non sei più umano, sei un numero. Ti possono prendere, riempire di botte, spararti. E lo hanno fatto. Hanno lanciato granate stordenti anche vicino ai piedi della gente, quindi probabilmente qualcuno è stato anche ferito».
Siete stati interrogati?
«Chiaramente. E con violenza. Usavano anche i taser. Ho visto personalmente un ragazzo imbarcato con me sulla don Juan che per due volte è stato colpito al collo. Spesso i soldati prima bagnavano le persone, poi le folgoravano. È una forma di violenza fisica e psicologica insieme. Ma in realtà è tutta la situazione che è di una violenza intollerabile».
Per quale motivo?
«Si andava dai pestaggi classici, con una persona giù per terra e quattro o cinque soldati che la massacravano, ai taser, alle fascette strette ai polsi permanentemente. Ho visto persone con le mani che sanguinavano. La stessa nave prigione è un meccanismo pensato per spezzare».
In che modo?
«Sei obbligato a stare ore senza mangiare, bere, senza poter andare in bagno o lavarti in questi container freddi, lerci. Appena arrivi ti tolgono la felpa, il maglione, tutto e non c’è posto per dormire se non il pavimento lurido. In mezzo ai tre container c’è una specie di cortile, sempre pieno d’acqua e quando sei lì ti guardano dall’alto in sei, sette, otto, con le armi in pugno. In queste trentasei ore avrò visto mille militari, tutte teste di cuoio, con i mitra spianati».
Ha visto anche il ministro Ben-Gvir?
«Personalmente no. Ero in fondo all’hangar ed eravamo tutti faccia a terra, con le mani legate dietro la schiena con le fascette strettissime, mentre l’inno di Israele suonava a tutto volume, probabilmente anche per coprire i suoni delle violenze. Sentivamo la gente che urlava di dolore, non potevamo alzare la testa. Un ragazzo italiano però lo ha visto e gli ha urlato “Terrorista”. Lo hanno preso a calci in testa”.
Cosa l’ha colpita di più?
«L’assurdità di questo strano braccio di ferro, con loro che ti pestavano, torturavano, umiliavano continuamente ma eri tu a dover chiedere il rimpatrio, ammettendo di essere entrato illegalmente, perché questo, secondo loro, li avrebbe assolti dall’accusa di averci sequestrati in acque internazionali. Una cosa che non ha alcuna logica».