Flotilla, rientrano gli attivisti. E l’Italia non paga i biglietti aerei
di Alessia CanditoCalci, pugni, strattoni. Taser usati su persone inermi. Fascette di plastica a legare i polsi e bende sugli occhi per ore, mentre si sentivano le urla e i colpi che i soldati israeliani riservavano ad altri. Abusi sessuali su uomini e donne. «In alcuni momenti ho pensato che non avrei rivisto mio figlio», confessa il deputato Dario Carotenuto, ancora scosso al suo arrivo all’aeroporto di Roma. Insieme all’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani, è stato il primo a tornare a casa, dopo il raid israeliano che ha bloccato la Global Sumud Flotilla a oltre cento miglia da Gaza.
Gli altri italiani invece – che hanno fatto rientro a Roma e Milano intorno a mezzanotte – solo nella tarda mattinata di ieri sono riusciti a lasciare il super…
Calci, pugni, strattoni. Taser usati su persone inermi. Fascette di plastica a legare i polsi e bende sugli occhi per ore, mentre si sentivano le urla e i colpi che i soldati israeliani riservavano ad altri. Abusi sessuali su uomini e donne. «In alcuni momenti ho pensato che non avrei rivisto mio figlio», confessa il deputato Dario Carotenuto, ancora scosso al suo arrivo all’aeroporto di Roma. Insieme all’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani, è stato il primo a tornare a casa, dopo il raid israeliano che ha bloccato la Global Sumud Flotilla a oltre cento miglia da Gaza.
Gli altri italiani invece – che hanno fatto rientro a Roma e Milano intorno a mezzanotte – solo nella tarda mattinata di ieri sono riusciti a lasciare il supercarcere di Ketziot, per essere trasferiti all’aeroporto di Eilat ed espulsi. Per i 425 attivisti, la Turchia ha messo a disposizione tre voli charter per Istanbul, ma da lì gli italiani hanno dovuto arrangiarsi da soli. «Come in passato, non hanno potuto contare sul supporto della Farnesina, copriremo noi i costi » denuncia la portavoce Maria Elena Delia. «Erano lì per una missione loro e quindi torneranno per conto loro – risponde il ministro Antonio Tajani - Il problema non è il biglietto, ma come sono stati trattati là».
E se i video postati dal ministro Ben-Gvir già martedì avevano provocato un’ondata di indignazione dentro e fuori l’Europa, i primi racconti arrivati dalla viva voce di Mantovani e Carotenuto hanno fatto temere il peggio per gli attivisti che in quelle ore erano ancora detenuti. «Noi abbiamo preso le botte, ma altri sono stati massacrati», dicono, ancora scossi, i due italiani arrivati con addosso i vestiti stazzonati che avevano al momento dell’abbordaggio.
A differenza degli altri non sono passati per Ketziot, ma questo non ha risparmiato loro calci, pugni, intimidazioni, umiliazioni. «Ad Ashdod, ti fanno entrare in questo container, una panic room, dove ci sono tre energumeni che ti picchiano selvaggiamente, mentre dicono ‘benvenuti in Israele’. Dopo un pugno in un occhio, mi sembrava di non vedere più», spiega Carotenuto con la voce che trema e inciampa e al polso il braccialetto che lo identificava come il 147. «Un numero, non un essere umano», mormora.
Fascette ai polsi, benda sugli occhi, solo sulla nave container i due italiani si sono resi conto della situazione. E raccontano di tre persone portate in ospedale per ferite da proiettile, «almeno 20 o 30» attivisti con braccia e costole rotte, altri con traumi cranici. «Un ragazzo tedesco che era stato colpito ripetutamente con la canna del fucile e sulla schiena aveva una rosa di segni circolari tutti uguali», ricorda il deputato. E poi «anziani torturati» e donne, più di una, «che denunciavano di aver subito abusi sessuali». A fornire assistenza ai feriti non era l’esercito israeliano, ma medici e infermieri imbarcati sulla Flotilla che speravano di arrivare a Gaza per dare una mano. Fra loro, anche Margaret, la sorella della presidente iralandese Catherine Connolly.
«Quando hanno chiamato i nostri numeri, ordinandoci di venire avanti con le mani alzate e metterci di spalle, mi sono sentito finito. I venti secondi più lunghi della mia vita. Forse lì ho pensato ‘chi me lo ha fatto fare?’ - ammette Carotenuto - Ma non mi pento di essermi imbarcato, questi ragazzi seminano pace in un mondo di guerra».