ROMA – Tre modifiche per cambiare la riforma elettorale e sperare di schivare lo spettro di incostituzionalità. Tre ritocchi su cui la maggioranza ha raggiunto nelle ultime ore un accordo di massima, da testare nella commissione Affari costituzionali della Camera. Si tratta di un innalzamento della soglia per ottenere il premio di maggioranza, della riduzione del numero massimo di deputati che si possono ottenere alla Camera e dell’abolizione del meccanismo del ballottaggio (finora previsto nel caso in cui i poli si fossero attestati tra il 35 e il 40%).
Su un dettaglio, però, rischia comunque di infrangersi il centrodestra: le preferenze. Prevederle o meno divide infatti le forze di governo: i meloniani sono costretti a proporle per non esporsi alle accuse di volere una legge che assomiglia troppo al Porcellum, gli alleati si oppongono. Per questo è in corso un tentativo, si apprende, per avvicinare un compromesso. Il rischio, però, è che questo nodo venga affrontato direttamente in …
ROMA – Tre modifiche per cambiare la riforma elettorale e sperare di schivare lo spettro di incostituzionalità. Tre ritocchi su cui la maggioranza ha raggiunto nelle ultime ore un accordo di massima, da testare nella commissione Affari costituzionali della Camera. Si tratta di un innalzamento della soglia per ottenere il premio di maggioranza, della riduzione del numero massimo di deputati che si possono ottenere alla Camera e dell’abolizione del meccanismo del ballottaggio (finora previsto nel caso in cui i poli si fossero attestati tra il 35 e il 40%).
Su un dettaglio, però, rischia comunque di infrangersi il centrodestra: le preferenze. Prevederle o meno divide infatti le forze di governo: i meloniani sono costretti a proporle per non esporsi alle accuse di volere una legge che assomiglia troppo al Porcellum, gli alleati si oppongono. Per questo è in corso un tentativo, si apprende, per avvicinare un compromesso. Il rischio, però, è che questo nodo venga affrontato direttamente in aula. Dove il voto è pericolosamente segreto.
Per fare ordine, è opportuno partire dai punti su cui c’è un accordo e che dovrebbero finire in un testo sostitutivo della riforma originaria che il centrodestra proverà a presentare in commissione. Punto primo: la soglia oltre la quale scatterà il bonus verrà innalzata dal 40% al 42%, avvicinando il rischio potenziale di un pareggio (se si sfidano, ad esempio, tre coalizioni) e la necessità di un esecutivo di larghe intese. Secondo: il tetto massimo di seggi che una coalizione può ottenere grazie al premio di maggioranza (70 deputati e 35 senatori) scenderà alla Camera da 230 a 220-222, mentre resterà invariato a Palazzo Madama. In caso di risultati difformi tra i due rami del Parlamento, inoltre, varrà il proporzionale puro. Salta il ballottaggio. Lo sbarramento per le forze che corrono da sole è del 3%, mentre entra alle Camere il miglior perdente per ciascuna coalizione.
Sulle preferenze, però, la mediazione si è arenata. Giorgia Meloni pretende che Fratelli d’Italia mostri almeno la volontà di introdurle, perché teme un enorme danno di consenso causato dal ritorno alle liste bloccate: l’attuale bozza abolisce i collegi del Rosatellum e annulla la scelta dei cittadini. Il problema è che Forza Italia giudica inaccettabile il ritorno alla scelta diretta dei candidati, poco cara anche alla Lega. Per questo, Fratelli d’Italia è alla ricerca di un’alternativa. E sembra averla individuata in un sistema su cui però al momento Antonio Tajani non ha ancora dato il via libera.
L’opzione, immaginata da Ignazio La Russa, è sostanzialmente questa: capilista bloccati, preferenze per gli altri. L’effetto a favore del potere di scelta dei cittadini sarebbe comunque contenuto: soltanto per i primi due partiti – oggi sarebbero FdI e Pd – scatterebbe un secondo nome non “bloccato” in ciascuna delle circoscrizioni (dove, a seconda delle dimensioni, verranno eletti complessivamente tra i tre e gli otto nomi). Anche se la possibilità di indicare lo stesso capolista in cinque circoscrizioni farà aumentare, almeno potenzialmente, il numero degli eletti con le preferenze.
Non è detto che basti ai berlusconiani per garantire semaforo verde all’operazione. Ed è difficilmente immaginabile che un soccorso arrivi dal Partito democratico, che si prepara a denunciare piuttosto la forzatura delle regole da parte della destra. Se nei prossimi giorni non si raggiungerà un’intesa, dunque, l’emendamento non verrà presentato in commissione, per evitare che lo stallo rallenti in modo decisivo l’iter del provvedimento e ne comprometta definitivamente il futuro. Meglio, a quel punto, rimandare la resa dei conti all’aula. Affidare però all’emiciclo la conta su un emendamento del genere accrescerebbe le probabilità di una spaccatura. E di incidenti non previsti: a differenza della commissione, il regolamento sancisce infatti la possibilità del voto segreto. Con effetti probabilmente decisivi sulla riforma.