Abusi su Flotilla, l’Idf si tira fuori. Nel mirino le guardie di Ben-Gvir. Herzog: “Imbarbarimento”
dal nostro inviato Fabio TonacciGERUSALEMME – Non è successo niente, non è stato nessuno. A giudicare dalle risposte ufficiali che si ottengono dagli apparati israeliani che hanno bloccato la Flotilla, trasbordando gli equipaggi su due navi prigione e portandoli ad Ashdod, non ci sono stati maltrattamenti, torture o molestie. Tutto — sostengono — si è svolto secondo le regole e nel rispetto dei diritti.
Come già il Servizio penitenziario israeliano, anche le forze armate negano responsabilità. «Respingiamo le accuse di abusi durante le operazioni che avevano lo scopo di proteggere il legittimo blocco navale (davanti a Gaza, ndr)», dichiara a Repubblica l’ufficio del portavoce delle Israeli defence forces. «Gli ordini delle Idf impongono un trattamento rispettoso e appropriato dei partecipanti alla Flotilla. Alle Idf non risultano episodi specifici che abbiano violato tali procedure vincolanti».
GERUSALEMME – Non è successo niente, non è stato nessuno. A giudicare dalle risposte ufficiali che si ottengono dagli apparati israeliani che hanno bloccato la Flotilla, trasbordando gli equipaggi su due navi prigione e portandoli ad Ashdod, non ci sono stati maltrattamenti, torture o molestie. Tutto — sostengono — si è svolto secondo le regole e nel rispetto dei diritti.
Come già il Servizio penitenziario israeliano, anche le forze armate negano responsabilità. «Respingiamo le accuse di abusi durante le operazioni che avevano lo scopo di proteggere il legittimo blocco navale (davanti a Gaza, ndr)», dichiara a Repubblica l’ufficio del portavoce delle Israeli defence forces. «Gli ordini delle Idf impongono un trattamento rispettoso e appropriato dei partecipanti alla Flotilla. Alle Idf non risultano episodi specifici che abbiano violato tali procedure vincolanti».
“Una panic room per i pestaggi sulla nave prigione”. I racconti shock degli attivisti della Flotilla
È la prima volta che le forze armate rilasciano un commento sulla vicenda. Finora l’unica voce ufficiale era quella del Servizio penitenziario: dopo la diffusione del filmato delle umiliazioni al porto di Ashdod, ha difeso le guardie carcerarie («azioni conformi a procedure e a valutazioni professionali») e sottolineato che i maltrattamenti «sono avvenuti in zone di competenza dell’Idf e della polizia». Il più classico degli scaricabarile.
«Ai margini della società israeliana si sta insinuando un terribile processo di imbarbarimento», afferma il presidente Itzhak Herzog, la prima istituzione nello Stato ebraico a condannare le violenze e non solo il comportamento di Ben-Gvir. «Atti brutali perpetrati da una manciata di persone che credono che gli arrestati non abbiano diritti umani».
Questo giornale ha raccontato dei maltrattamenti sofferti sulle navi prigione: pugni, calci, scariche elettriche, molestie. Secondo una fonte qualificata consultata da Repubblica, il ponte coi container era sotto la responsabilità di un’unità speciale del Servizio penitenziario. Potrebbe trattarsi dell’unità Nachson, il braccio operativo del Servizio: i bus che hanno trasferito gli attivisti dalla prigione di Ketziot all’aeroporto di Ramon per il rimpatrio avevano lo stemma dell’unità.
Riassumendo, quattro sono i soggetti coinvolti nella catena di comando, che la procura di Roma sta ricostruendo: 1) la Terza flotta della marina militare (Shayetet 3); 2) gli incursori delle forze speciali (Shayetet 13), che hanno abbordato le barche della Flotilla e, in diversi casi denunciati dalla missione civile, sparando pallini di gomma; 3) il Servizio penitenziario israeliano, presente sia sulle navi-prigione, sia a terra; 4) La polizia, che era ad Ashdod. Gli ultimi due sono controllati direttamente dal ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir.