ROMA – A palazzo Chigi incrociano le dita, si spera che la tregua Usa-Iran vada davvero in porto. Alla Difesa preparano il piano operativo per Hormuz, di sponda con la Farnesina, per disinnescare le trappole marine che Teheran ha piazzato in questo braccio di mare nel Golfo, percorso accidentato per petroliere e mercantili di mezzo mondo. È un piano che, secondo fonti delle nostre forze armate, arriverebbe a coinvolgere 400 militari italiani. Due cacciamine della Marina sono già salpati dal porto di Augusta, in Sicilia, ormai dieci giorni fa, il 15 maggio. Hanno superato lo stretto di Suez e ieri hanno fatto tappa a Safaga, porto egiziano sul Mar rosso, per una «sosta logistica». Da oggi riprenderanno la rotta: secondo la tabella di marcia, sono attesi questo venerdì all’altezza di Gibuti. Qui, sul Corno D’Africa, è attiva la base militare italiana di supporto “Amedeo Guillet”, in un luogo dotato di un aeroporto militare e di altre infrastrutture strategiche. Da Gibuti allo stretto di…
ROMA – A palazzo Chigi incrociano le dita, si spera che la tregua Usa-Iran vada davvero in porto. Alla Difesa preparano il piano operativo per Hormuz, di sponda con la Farnesina, per disinnescare le trappole marine che Teheran ha piazzato in questo braccio di mare nel Golfo, percorso accidentato per petroliere e mercantili di mezzo mondo. È un piano che, secondo fonti delle nostre forze armate, arriverebbe a coinvolgere 400 militari italiani. Due cacciamine della Marina sono già salpati dal porto di Augusta, in Sicilia, ormai dieci giorni fa, il 15 maggio. Hanno superato lo stretto di Suez e ieri hanno fatto tappa a Safaga, porto egiziano sul Mar rosso, per una «sosta logistica». Da oggi riprenderanno la rotta: secondo la tabella di marcia, sono attesi questo venerdì all’altezza di Gibuti. Qui, sul Corno D’Africa, è attiva la base militare italiana di supporto “Amedeo Guillet”, in un luogo dotato di un aeroporto militare e di altre infrastrutture strategiche. Da Gibuti allo stretto di Hormuz, a seconda delle condizioni del mare, occorrono 5-6 giorni di navigazione.
Insomma, tutto è pronto, ma il via libera italiano alla missione multilaterale per garantire la navigazione dello Stretto è subordinato alla tenuta del cessate il fuoco. Il requisito minimo è una tregua solida, che abbia un orizzonte più lungo di qualche giorno. E dopo un voto del Parlamento. A proposito: mercoledì si riuniranno i capigruppo alla Camera dei deputati, per stabilire il calendario di Montecitorio. Secondo fonti di primo piano della maggioranza, se si arriverà entro quella data alla formalizzazione dell’accordo tra Washington, Tel Aviv e Teheran, la risoluzione per autorizzare l’operazione potrebbe approdare alle Camere già questa settimana. La formula è quella collaudata: comunicazioni dei ministri della Difesa e degli Esteri in Parlamento, voto a seguire.
La Difesa da settimane ha messo a punto un piano d’intervento. Il capo di stato maggiore, Luciano Portolano, mercoledì e giovedì della scorsa settimana ha partecipato alla riunione degli omologhi Nato e a margine del summit ha discusso della strategia per Hormuz con i generali degli altri paesi intenzionati a intervenire a Hormuz. Entrambe le navi schierate dalla Difesa, il Crotone e il Rimini, sono state progettate per la localizzazione e la distruzione di mine navali, ciascun mezzo è dotato di un sonar e di due robot filoguidati. I cacciamine dovrebbero entrare in azione scortati da unità da combattimento con sistemi di difesa aerea, come il “Montecuccoli”, e saranno supportati a breve distanza da una nave logistica come l’Atlante. A proteggerli ci sarebbe la fregata Rizzo, che oggi è destinata all’operazione Aspides nel Mar Rosso. La presenza della fregata garantirebbe la difesa dei mezzi di sminamento da attacchi di quegli attori «non statali» di cui lo stesso Crosetto ha parlato nell’ultima informativa in Parlamento, due settimane fa.
Anche dalla Farnesina confermano che la pianificazione è in stato avanzato. Ieri il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha ribadito che l’Italia «potrebbe contribuire alle operazioni di sminamento e alla sicurezza della navigazione commerciale» nello Stretto di Hormuz, nell’ambito della «missione multilaterale che verrà attivata» una volta terminato il conflitto. I soldati italiani metterebbero «a disposizione l’esperienza acquisita nelle missioni navali europee», tra cui proprio Aspides, pensata per garantire il trasporto marittimo nel Mar Rosso e attualmente condotta insieme alla Grecia. Una missione che, secondo il vicepremier, sarebbe «necessario rafforzare». Restano le incognite legate alle trattative. In particolare una è al centro delle discussioni della diplomazia italiana: se la tregua verrà estesa anche al Libano. Gli americani dovrebbero accettare; che lo faccia anche Israele, secondo fonti governative, è tutt’altro che scontato.