Centrosinistra, niente effetto referendum, un caso i candidati deboli: “Acceleriamo sull’alleanza”
di Giovanna VitaleElly Schlein era così sicura di vincere a Venezia che quattro giorni fa, chiudendo la campagna elettorale di Andrea Martella, aveva dismesso ogni cautela e alzato l’asticella della sfida: «Da qui mandiamo a casa Giorgia Meloni».
Fino a ieri tutti, non solo lei, si aspettavano una marcia trionfale nella città lagunare per undici anni feudo della destra, non c’era sondaggio che andasse in senso contrario. Ecco perché oggi la sconfitta brucia così tanto. Per le dimensioni, soprattutto: la coalizione di governo ha ribaltato i pronostici e si è confermata al primo turno, con una distanza tale da spegnere subito l’illusione di poter strappare — almeno — il ballottaggio. Che, se centrato, avrebbe aiutato a coprire la débâcle — quella sì, attesa — di Reggio Calabria, amministrata dal centrosinistra per oltre due lustri e ora riconquistata dagli avversari: pure qui a valanga.
Un doppio campanello d’allarme per il campo largo. Al di là delle dichiarazioni di rito sul «carattere locale del …
Elly Schlein era così sicura di vincere a Venezia che quattro giorni fa, chiudendo la campagna elettorale di Andrea Martella, aveva dismesso ogni cautela e alzato l’asticella della sfida: «Da qui mandiamo a casa Giorgia Meloni».
Fino a ieri tutti, non solo lei, si aspettavano una marcia trionfale nella città lagunare per undici anni feudo della destra, non c’era sondaggio che andasse in senso contrario. Ecco perché oggi la sconfitta brucia così tanto. Per le dimensioni, soprattutto: la coalizione di governo ha ribaltato i pronostici e si è confermata al primo turno, con una distanza tale da spegnere subito l’illusione di poter strappare — almeno — il ballottaggio. Che, se centrato, avrebbe aiutato a coprire la débâcle — quella sì, attesa — di Reggio Calabria, amministrata dal centrosinistra per oltre due lustri e ora riconquistata dagli avversari: pure qui a valanga.
Un doppio campanello d’allarme per il campo largo. Al di là delle dichiarazioni di rito sul «carattere locale del voto» per cui «è improprio ricavarne valutazioni di ordine generale, ancor più proiettarle sul dibattito nazionale», la riflessione sussurrata a mezza bocca dai leader progressisti è amarissima: l’effetto referendum è svanito, l’onda lunga di quel «successo straordinario» evaporata come neve al sole, segno che il vento non è girato nella direzione auspicata, battere il centrodestra alle politiche non sarà semplicissimo. E a dimostrarlo — fanno di conto al Nazareno — sono proprio le urne veneziane: due mesi fa, la riforma della giustizia venne bocciata con il 55% dei consensi, che alle amministrative non si sono trasferiti sul centrosinistra. Anzi.
«Ma sono due consultazioni molto diverse», getta acqua sul fuoco Lorenzo Guerini, il capo dei riformisti dem che, a dispetto di chi pensava potesse gongolare per la battuta d’arresto, invita a non fasciarsi la testa: «Alle comunali pesano fattori specifici. Il risultato è in chiaroscuro, però l’alleanza progressista è in partita. C’è ancora tanto lavoro da fare, per rafforzarla e darle un profilo programmatico forte, l’importante è iniziare: questo è il momento».
È la lettura più gettonata nei ranghi delle forze d’opposizione: al netto della delusione, si è trattato di un test elettorale piuttosto circoscritto; nelle grandi città, quelle che pesano davvero (da Milano a Roma, passando per Torino, Napoli e Bologna) si voterà la prossima primavera. Decise, dopo aver smaltito lo choc lagunare, a guardare il bicchiere mezzo pieno. «La coalizione c’è, unita e compatta», rimarca Schlein, che a sera verga un comunicato grondante fiducia nel futuro: si riparte dalle vittorie al primo turno a Prato, Mantova, Andria, Pistoia, quest’ultima strappata alla destra. E si spera nei ballottaggi: «I conti si fanno alla fine», avverte Igor Taruffi, responsabile organizzazione del Pd. Mentre in Via di Campo Marzio Giuseppe Conte esulta per Avellino, dove il presidente 5S è andato più volte in tour per sostenere il “suo” candidato Nello Pizza.
Quel che però i leader omettono di dire è cosa raccontano queste amministrative tra le righe. I Cinquestelle alle elezioni locali sono poco competitivi, non riescono a invertire una tendenza già registrata negli ultimi anni: reggono, ancorché con percentuali molto basse, soltanto quando corrono nel centrosinistra o in alleanze civiche larghe, faticando assai dove invece si presentano da soli o il campo largo non sfonda. Dal canto suo il Pd si conferma sì perno dell’alleanza, ma del famoso “nuovo corso” depurato dai cacicchi predicato da Schlein non si vede l’ombra: a Salerno vince l’ex governatore Vincenzo De Luca senza il simbolo del partito; idem a Enna con il “barone rosso” Vladimiro Crisafulli, il quale «meglio che non c’era, così ho preso più voti», attacca. E lo stesso succede a Figline Valdarno, conquistato dall’ex deputato renziano David Ermini, o a Chieti, dove l’ex vicepresidente del Csm Giovanni Legnini è nettamente in testa. E forse significherà qualcosa se i più polemici sono proprio i dem che ce l’hanno fatta. Matteo Biffoni, sindaco di Prato per la terza volta, lo dice chiaro: «Le condizioni per una vittoria nel 2027 ci sono tutte, ma darla per scontata sarebbe un errore mortale». Per la segretaria un altro messaggio in bottiglia che nemmeno il Mose potrà impedire di farle arrivare.