✕

Bianchi (Svimez): “Resta un conto aperto tra Meloni e il Mezzogiorno che ha premiato i cacicchi”

La premier Giorgia Meloni con Vincenzo De Luca

 

Ascolta l'audio

L’economista: “Non c’è stata la svolta. Non a sinistra che non ha messo le mani sul tesoretto del referendum, ma neanche a destra. Bisogna ancora intercettare i giovani con un’offerta credibile, che oggi non c’è in nessuno dei poli”
3 minuti di lettura

“E’ l’ennesima riprova che le amministrative rispondono a logiche estranee agli scontri polarizzati, lontane dai grandi dibattiti. Nel bene e nel male. Mentre abbiamo avuto la netta conferma che tutti quei no alla riforma della giustizia non sono diventati sì alla sinistra”. Luca Bianchi, direttore generale di Svimez, economista che da una vita legge il nesso tra politiche e sviluppo sui territori (leggi anche: criticità e disuguaglianze), si dice “relativamente sorpreso” da questi risultati. Coglie un effetto: “In un Mezzogiorno ancora in attesa di un’adeguata offerta politica, sia di destra che di sinistra, non a caso a sfondare sono gli uomini soli al comando. Vedi i casi di Salerno e Messina. Vincono quelli che sembravano superati, i cacicchi, qualunque cosa significa oggi il termine”.

Diret…

“E’ l’ennesima riprova che le amministrative rispondono a logiche estranee agli scontri polarizzati, lontane dai grandi dibattiti. Nel bene e nel male. Mentre abbiamo avuto la netta conferma che tutti quei no alla riforma della giustizia non sono diventati sì alla sinistra”. Luca Bianchi, direttore generale di Svimez, economista che da una vita legge il nesso tra politiche e sviluppo sui territori (leggi anche: criticità e disuguaglianze), si dice “relativamente sorpreso” da questi risultati. Coglie un effetto: “In un Mezzogiorno ancora in attesa di un’adeguata offerta politica, sia di destra che di sinistra, non a caso a sfondare sono gli uomini soli al comando. Vedi i casi di Salerno e Messina. Vincono quelli che sembravano superati, i cacicchi, qualunque cosa significa oggi il termine”.

Direttore Bianchi, dietro i primi titoli su Venezia che fa gongolare il governo e sul campo progressista che deve ripiegare in Toscana per un vero successo, lei cosa vede?

“Queste elezioni erano l’atteso banco di prova, piantato dopo il referendum vittorioso per la sinistra e prima delle politiche che la destra sogna di trasformare in bis. La foto che consegnano è quella di una terra di mezzo. Dove, come sapevamo, il campo progressista non ha potuto mettere le mani sul tesoretto di marzo scorso. Ma ha trovato nelle urne una verità più amara: i voti vanno conquistati e sulla scelta dell’amministrazione locale ci si affida o al rapporto fiduciario, o all’esito di una buona prassi. Ma anche la destra, che ha sempre parlato al Mezzogiorno, non può celebrare una vera svolta”.

Andiamo nel dettaglio. Se il centrodestra si riprende dopo 12 anni Reggio Calabria, il centrosinistra è comunque avanti in 41 comuni, contro i 31 della coalizione di governo.

“E c’è anche una Puglia che rappresenta ormai una certezza per il centro-sinistra, sul modello del Veneto per il centro-destra. Dopo le regionali che hanno confermato con Decaro una lunga stagione di governo, giudicato positivo, aumentano significativamente i comuni in linea con la maggioranza regionale”.

Infatti in Puglia i comuni “rossi” passano da 22 a 26. Quelli della destra da 22 a 10. Il campo progressista primeggia ad Agrigento, Avellino, Andria, e si prende Enna (dove però non c’è il Pd). Eppure: il fattore sud non ha completamente premiato la sinistra. E resta per Meloni una variabile da non sottovalutare. Perché?

“Sì, dietro i festeggiamenti del centrodestra, che in realtà tradiscono la preoccupazione che covava, credo ci sia la consapevolezza di un un conto aperto, e non risolto, con il Mezzogiorno. Si tratta di un rapporto su cui pesano diverse dinamiche. Il tema di alcune promesse tradite: vedi i tantissimi voti tributati al partito di Meloni e poi spiazzati dall’adesione mal riposta di FdI sull’autonomia differenziata, stoppata in extremis dalla Corte Costituzionale. La vicenda dell’esodo dei laureati: che ormai emigrano verso nord insieme alle loro famiglie, ai ‘nonni con la valigia’ come li abbiamo chiamati nei nostri focus. Il rompicapo di un Pil che cresce, di un’occupazione che aumenta al sud più che al nord, ma che non produce in quei territori nessuna reale percezione di benessere. Non un vero balzo in avanti”

E questo come lo spiega?

“Partiamo dai dati. Tra il 2021 e il 2024 il Pil del Mezzogiorno è cresciuto dell’8,5% rispetto al +6,1% del centro-nord. Una crescita che è stata trainata dagli investimenti del Pnrr. Sono risultati interessanti, che non era facile raggiungere, per chi governa. Ma, a volerli analizzare, sono a basso valore aggiunto. Legati al settore del turismo, delle costruzioni, quindi fatti di salari ancora troppo bassi, e senza un vero impatto sulle generazioni. Non a caso, nello stesso periodo, 175mila giovani (under 35) hanno lasciato il sud. Oltre la metà di questi, super formati: laurea o specializzazioni. Nonostante la crescita, insomma, l’emorragia è aumentata e si aggiunge anche la nuova emigrazione degli “anziani” che seguono i figli al nord: sono circa 180mila gli over 75 formalmente residenti al sud che vivono stabilmente al centro-nord. E sono raddoppiati rispetto a venti anni fa”.

E’ per questi motivi che quei territori giocano un ruolo importante nella partita delle Politiche?

“Penso proprio di sì. Non dimentichiamo che una gran parte di questi giovani si riavvicina alla politica. Ma, come vediamo, mentre scatta in avanti ad esempio per esprimere un no in difesa della Costituzione, non si fa scaldare da un voto per questo o quel partito, questo o quel sindaco. Si tratta di un soggetto politico non facilmente inquadrabile, che chiede nel Mezzogiorno ancora servizi più efficienti, che vorrebbe più trasporti e più asili nido (nonostante il Pnrr ne abbia effettivamente distribuiti tanti in più), che pretende un diritto a restare. E resta in attesa di un’offerta politica. Offerta che non c’è per debolezza politica, di destra e di sinistra”

E in questa terra di mezzo trionfano i “movimenti” personali di De Luca di Salerno, o dell’altro De Luca, Cateno, che porta il suo sindaco a Messina?

“O i Crisafulli in Sicilia. Il Mezzogiorno continua ad avere più mondi, lontanissimi, che coesistono. L’epopea dei cacicchi, o dei dominus, non è tramontata e conferma la presa su una parte della società più vicina a certi condizionamenti. Ma nel turn over degli elettori le nuove generazioni vanno ancora intercettate, e convinte. E potranno essere loro, proprio come era accaduto nel referendum, a smontare le previsioni, ad alterare gli equilibri”.

Leggi i commenti