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Delmastro in Antimafia: “Finii nel locale dei Caroccia perché era carino”

(lapresse)

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L’ex sottosegretario: “Se avessi saputo non ci avrei fatto una società e non ci sarei andato mai più”
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“Sì, non ho difficoltà a rispondere. In quella bisteccheria ci sono venuti altri esponenti di FdI, una sera è venuto anche Giovanni Donzelli, ma mangiò una cosa velocissima, dieci minuti, lo sanno tutti che non ama cenare fuori casa. Sia chiaro che lui non ha mai frequentato nessuno. Ho invitato altri esponenti politici del mio partito in quel locale, perché ci vedevamo anche fuori”.

Per la prima volta Andrea Delmastro, ex sottosegretario alla Giustizia politicamente travolto (ma non indagato) dallo scandalo sulla società fondata con i Caroccia, nonostante la condanna per mafia del capofamiglia, ammette che sovente vi erano “amici del partito” ad accompagnarlo nelle serate consumate nel locale di cui era socio. E, audito a Palazzo San Macuto, sotto il fuoco di fila della commissione bicamerale Antimafia, fa i nomi e i cognomi dei big del ministero e del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, dalla ex zarina Giusi Bartolozzi ai vari dirigenti di via Arenula (tutti già compar…

“Sì, non ho difficoltà a rispondere. In quella bisteccheria ci sono venuti altri esponenti di FdI, una sera è venuto anche Giovanni Donzelli, ma mangiò una cosa velocissima, dieci minuti, lo sanno tutti che non ama cenare fuori casa. Sia chiaro che lui non ha mai frequentato nessuno. Ho invitato altri esponenti politici del mio partito in quel locale, perché ci vedevamo anche fuori”.

Per la prima volta Andrea Delmastro, ex sottosegretario alla Giustizia politicamente travolto (ma non indagato) dallo scandalo sulla società fondata con i Caroccia, nonostante la condanna per mafia del capofamiglia, ammette che sovente vi erano “amici del partito” ad accompagnarlo nelle serate consumate nel locale di cui era socio. E, audito a Palazzo San Macuto, sotto il fuoco di fila della commissione bicamerale Antimafia, fa i nomi e i cognomi dei big del ministero e del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, dalla ex zarina Giusi Bartolozzi ai vari dirigenti di via Arenula (tutti già comparsi nelle foto agli atti delle indagini), che erano habituée della bisteccheria ritenuta frutto del riciclaggio della cosca dei Senese.

Tanto che il senatore M5s Roberto Scarpinato chioserà, lasciando a Delmastro la buona fede: “Lei lo sa il danno che, immagino involontariamente, ha fatto allo Stato? Mentre il collaboratore di giustizia Bernardo Pace, pentito di mafia, veniva trovato impiccato in carcere, a Torino, nonostante si temesse per la sua incolumità, voi eravate a cena tutti, col Dap, nella bistecchiera che nell’ambiente criminale era riconosciuta come locale vicino a un clan. Quindi la mafia sa cosa ha pensato. Questo: il Dap è Cosa Nostra”.

I commissari dell’Antimafia insistono: e chi altri? Perché non vuole dire i nomi? Delmastro inizialmente resiste, svicola, la prende alla larga “ma noi siamo anche amici, non abbiamo problemi ad avere rapporti fuori del Palazzo”, lascia intendere che era ampia la cerchia dei colleghi invitati. Poi, spinto a fare i nomi, cita solo il suo amico Donzelli, responsabile dell’organizzazione del partito, e l’altro collega di FdI Michele Schiano. Guarda caso, nessuno del governo, che rischierebbe di essere investito dall’onda di polemiche e domande. “Onestamente non credo che abbiano commesso un reato a fermarsi a cena o a pranzo, e non ho commesso reati io a invitarli”. Aggiunge Delmastro: “Sì sono stato sprovveduto. Ma credo anche di essere una persona intelligente che ha commesso un errore. Errore che ha portato alle mie fatali dimissioni”. E ancora: "Come mai scelsi proprio quel ristorante? Nessuno mi ha consigliato il locale. Non ricordo se ho scelto consultando le app, ci siamo fermati lì ma era comunque pieno: aveva una struttura simpatica e così dopo qualche mese ci finii per la prima volta”.

Delmastro ripete la stessa ricostruzione già affidata ai suoi, e all’opinione pubblica. Nega, ancora una volta, di sapere chi fossero i Caroccia. Nega di aver saputo dei precedenti penali che già avevano investito Mauro Caroccia, ritenuto riciclatore per la mafia dei Senese e padre della giovane Miriam, socia del sottosegretario nella costituzione della “Bisteccheria d’Italia”. Nega di aver ricevuto segnalazioni sospette o di aver compiuto anche banali accertamenti estemporanei, tramite fonti aperte, sul profilo delle persone a cui si era legato. Così le opposizioni insorgono: “Un’audizione evasiva. Delmastro ha dato risposte imbarazzate e imbarazzanti, comunque non convincenti, confermando quanto meno la propria inadeguatezza istituzionale e lo scarso senso dello Stato”, scrivono i parlamentari dem Walter Verini, Debora Serracchiani, Enza Rando, Giuseppe Provenzano, Valentina Ghio, Valeria Valente, Franco Mirabelli, Anthony Barbagallo.

“Lei è Alice nel paese delle meraviglie. O sta mentendo, e lo capiremo nel prosieguo del procedimento giudiziario - chiarisce, ad esempio, la senatrice Valeria Valente del Pd - oppure lei è fuori dal mondo, ma questo confligge con il pugno duro e la fermezza che ha sempre ostentato, come quando si augurò che i detenuti non respirassero nel nuovo mezzo in dotazione alla polizia penitenziaria”.

La deputata dem Debora Serracchiani picchia: “Onorevole Delmastro, com’è possibile che lei non si sia informato sui precedenti delle persone con cui entrava in affari, che lei entrava in un locale di mafiosi portandosi dietro il Dap e che non accetti che si resti sbigottiti di fronte a questo?”

L’ex sottosegretario alla Giustizia resta impassibile: “Commissaria Serracchiani, lei può farmi questa domanda fino allo sfinimento, restare legittimamente sbigottita quanto vuole ed io risponderò sempre allo stesso modo: non ne sapevo nulla, nessuno mi ha avvertito. Le sembra possibile che una persona perbene sappia che di fronte la figlia di un condannato per mafia e ci mette i suoi soldi?”. E ancora: “Capisco che lei non mi ritenga tale, che coltiva un giudizio opposto su di me. E allora le capovolgo l’assunto. Se io fossi stato un amico dei mafiosi avrei lasciato la mia carta d’identità sul tavolo? Vuole che i miei avvocati non conoscano degli sgherri prestanome a cui affidare una tale pratica per nascondere la vera identità di un socio?”.

Ma la deputata Elisabetta Piccolotti, di Avs, torna sul punto: “Per sapere che Mauro Caroccia era coinvolto nell’inchiesta per riciclaggio della mafia, a lei bastava aprire Google, si rende conto? Ma lei deputato e sottosegretario si mette in affari con una persona che aveva precedenti senza digitare quel nome e senza neanche capire se come imprenditore avesse di fronte uno che collezionava successi o fallimenti?”. Risposta di Delmastro. “In effetti ho commesso l’errore di non googlare quel nome, è vero, non farlo è stata una imperdonabile leggerezza politica e non giuridica. Poi, però, quando ho saputo della condanna di Caroccia padre, a febbraio scorso, mi sono dato a precipitosa fuga, volevo uscire immediatamente da tutto. Ho perso un sacco di soldi, ma non importa. Non è quello il mio problema, adesso”. Interrogato dai pm di Roma, i Caroccia avevano dato un’altra versione. Mauro, in particolare, ha detto ai pm:”Non potevo intestarmi un locale perché ero protestato, questo Delmastro lo sapeva”. Ma non gli avrebbe detto dei suoi rapporti con il clan Senese. In sintesi, aveva chiosato il suo avvocato, “il sottosegretario ha fatto un’opera meritoria, beneficenza. Ha aiutato un oste in difficoltà”.

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