Dopo quasi quattro anni a Palazzo Chigi e pochissime riforme offerte agli industriali, Giorgia Meloni si presenta davanti all’assemblea generale di Confindustria consapevole di dover fornire una prospettiva, un orizzonte, qualcosa che dia un senso all’azione di governo in vista delle prossime politiche. E così, quando intravede un varco, subito lo coglie: glielo apre Emanuele Orsini, nel corso di un intervento durissimo contro l’Europa, la sua burocrazia, le sue politiche. Cavalcare questa narrazione è una scorciatoia comoda, per la premier. Dal palco, dunque, attacca e attacca ancora la già citata "burocrazia europea”, i “paradossi” del green deal e degli Ets, l’approccio “miope” di Bruxelles nella crisi energetica.
Eppure, Orsini aveva detto anche altro: i salari sono troppo bassi, mancano risorse su sanità e scuola, bisogna lavorare sulla competitività. Meloni non sfugge la questione, semplicemente sfuma e la attraversa senza troppo insistere. Rivendica il salario giusto appena var…
Dopo quasi quattro anni a Palazzo Chigi e pochissime riforme offerte agli industriali, Giorgia Meloni si presenta davanti all’assemblea generale di Confindustria consapevole di dover fornire una prospettiva, un orizzonte, qualcosa che dia un senso all’azione di governo in vista delle prossime politiche. E così, quando intravede un varco, subito lo coglie: glielo apre Emanuele Orsini, nel corso di un intervento durissimo contro l’Europa, la sua burocrazia, le sue politiche. Cavalcare questa narrazione è una scorciatoia comoda, per la premier. Dal palco, dunque, attacca e attacca ancora la già citata "burocrazia europea”, i “paradossi” del green deal e degli Ets, l’approccio “miope” di Bruxelles nella crisi energetica.
Eppure, Orsini aveva detto anche altro: i salari sono troppo bassi, mancano risorse su sanità e scuola, bisogna lavorare sulla competitività. Meloni non sfugge la questione, semplicemente sfuma e la attraversa senza troppo insistere. Rivendica il salario giusto appena varato, il piano casa che ci metterà molto a produrre effetti, ma non accetta la sfida di Confindustria, i venti miliardi richiesti dalle imprese per una svolta radicale.
Vola alto per non promettere, vista la scarsità di risorse. Niente "paura”, dice Meloni. Niente “paralisi”, aggiunge, “così si sale alle stelle”, sostiene ancora citando Virgilio. “Vi chiedo di non avere paura, siate coraggiosi e vi prometto che farò lo stesso”. Gli applausi sono convinti, anche se neanche sui costi dell’energia si intravedono soluzioni strutturali. In platea c’è solo Nicola Fratoianni, fra i leader del centrosinistra. C’è però Sergio Mattarella e il governo quasi al completo. Ascoltano lunghi minuti di critiche a Bruxelles, al “gigante burocratico” che vive di un “approccio burocratico (ancora, ndr) e tecnocratico”. Nessun accenno però a possibili soluzioni per andare oltre la stasi, ad esempio quel superamento del diritto di veto in Europa che Meloni continua a frenare, rendendo complessa ogni decisione, ogni possibile svolta.
Agli industriali offre anche un’altra proposta, un cantiere per lavorare insieme al disboscamento delle norme. E rivendica la necessità di un equilibrio tra le spese per l’energia e quelle militari. Il nodo è delicato, gli interessi divergenti. Serve un punto di compromesso, aggiunge, perché le armi servono a difendere sovranità e autonomia, ma la crisi potrebbe disintegrare il sistema produttivo, "e a quel punto non ci sarebbe più nulla da difendere”. Finisce così, con un applauso della platea e un sospiro di sollievo: poteva andare peggio. Via in ascensore, assieme a Luca Cordero di Montezemolo.