Sánchez vede Schlein a Roma, sfida comune alle destre: obiettivo le urne del 2027
di Giovanna VitaleLa segretaria del Partito democratico, Elly Schlein
ROMA – Non è riuscito a incontrare Giorgia Meloni, ufficialmente per l’impossibilità di incastrare le rispettive agende. Ma si sa: non è che fra i due corra proprio buon sangue. In compenso Pedro Sánchez, in missione a Roma, ha trovato il tempo per vedere Elly Schlein, la leader dell’opposizione con cui coltiva da anni una solida consuetudine.
Poco — anche per ragioni di opportunità politica — trapela dal colloquio, strettamente privato e perciò avvolto da un fitto riserbo: tra le cinque e le sei del pomeriggio, la segretaria del Pd e il premier spagnolo hanno discusso delle sfide che i socialisti sono chiamati ad affrontare, sia sul piano interno sia su quello europeo; della situazione in Italia, guidata da una leader nazionalista legata agli estremisti di Vox; ma anche della partita che attende la Fao, dove Sanchez si era recato qualche ora prima per lanciare la candidatura a direttore generale di un suo uomo, il ministro dell’Agricoltura Luis Planas. L’unico motivo di attrito con S…
ROMA – Non è riuscito a incontrare Giorgia Meloni, ufficialmente per l’impossibilità di incastrare le rispettive agende. Ma si sa: non è che fra i due corra proprio buon sangue. In compenso Pedro Sánchez, in missione a Roma, ha trovato il tempo per vedere Elly Schlein, la leader dell’opposizione con cui coltiva da anni una solida consuetudine.
Poco — anche per ragioni di opportunità politica — trapela dal colloquio, strettamente privato e perciò avvolto da un fitto riserbo: tra le cinque e le sei del pomeriggio, la segretaria del Pd e il premier spagnolo hanno discusso delle sfide che i socialisti sono chiamati ad affrontare, sia sul piano interno sia su quello europeo; della situazione in Italia, guidata da una leader nazionalista legata agli estremisti di Vox; ma anche della partita che attende la Fao, dove Sanchez si era recato qualche ora prima per lanciare la candidatura a direttore generale di un suo uomo, il ministro dell’Agricoltura Luis Planas. L’unico motivo di attrito con Schlein, che invece sponsorizza — e glielo ha detto chiaro — Maurizio Martina, l’ex reggente del Pd e vicedirettore dell’organizzazione dell’Onu che si occupa di alimentazione, in pole per la promozione al vertice.
Una boccata d’ossigeno per l’inquilina del Nazareno, che dopo lo shock veneziano si è ributtata a capofitto nella pugna quotidiana. Non solo per tornare a marcare Giorgia Meloni, ringalluzzita dalla vittoria in Veneto. Ma anche per tenere a bada i malumori che iniziano ad affiorare fra i dem e i partner progressisti: nel mirino, la scelta di aver puntato tutto sulla città lagunare, convinta di poter trasformare in consenso i no al referendum sulla giustizia. «Un errore», per tanti.
E così dopo una mattinata trascorsa ad analizzare il voto, per prima cosa Schlein parte lancia in resta contro l’avversaria. «Quella che chiede un cambio di passo in Europa è la stessa che da quattro anni partecipa da premier al Consiglio europeo e che con il suo esecutivo ha proposto Fitto, che è vicepresidente della Commissione?», graffia la segretaria pd a proposito dell’intervento anti-Ue di Meloni davanti alla platea di Confindustria: «La presidente del Consiglio», insiste, «sembra dimenticare spesso che da quattro anni è al potere, in Italia e in Europa, assieme peraltro a una larga maggioranza di governi di destra che ostacolano ogni passo verso l’integrazione». Quindi, dà ordine ai fedelissimi di andare in tv per invertire la narrazione imposta dai Fratelli, impegnati ad accreditare la tesi (infondata) di un trionfo a tappeto della maggioranza. A incaricarsene è Igor Taruffi, braccio armato di Schlein al partito: «L’attenzione si era focalizzata su Venezia, ma i capoluoghi erano 18: cinque sono stati vinti dal centrosinistra, tre dal centrodestra e quattro da civici non di destra. Sei al ballottaggio, di questi in tre è avanti il centrodestra, in tre il centrosinistra. Il computo complessivo si deve fare alle fine». Ergo: «La partita per l’anno prossimo è aperta».
Tuttavia tra i riformisti, il clima è diverso. «I risultati forse ci aiutano a riportare sulla terra chi aveva già preso il volo, costruendo letture nazionali fondate più sulle suggestioni che sulla realtà», attacca sui social Pina Picierno. Più cauto ma non meno caustico il senatore Filippo Sensi: «Se c’è qualcosa di utile da trarre dal voto è spegnere una certa baldanza, come ci fosse un piano inclinato verso una indefettibile vittoria alle politiche. La strada è ancora lunga, impervia e va fatta insieme. Sia per una coalizione larga, sia per definire un profilo che parli a tutti, non si limiti a mobilitare i nostri».
Una discussione che agita pure gli alleati. Giuseppe Conte ribadisce che per sedersi al tavolo del programma c’è tempo: «Ora nel M5S siamo concentrati ad ascoltare i bisogni dei cittadini». Mentre Nicola Fratoianni incalza: «La coalizione deve mettere in campo un’anima, un progetto, una proposta. E cominciare a muoversi nel Paese». Condivide Ernesto Ruffini: «L’unità da sola non basta, bisogna avviare subito un confronto chiaro, in cui spiegare cosa intendiamo fare in concreto». La linea testardamente unitaria ha avuto una battuta d’arresto a Venezia.