ROMA – Per mesi è stato trattato come una scheggia impazzita. Oggi, invece, Roberto Vannacci è diventato un problema politico strutturale per tutta la maggioranza.
Una spina nel fianco non più solo della Lega, da cui è uscito a inizio anno dopo una lunga guerra interna. Ma anche di Giorgia Meloni, che vede affacciarsi il primo competitor a destra capace di contendere a FdI il monopolio della rappresentanza sovranista, identitaria, anti-establishment. E soprattutto di Forza Italia, preoccupata che un suo eventuale ingresso in coalizione possa spostarne l’asse su posizioni estremiste.
Così si spiega l’altolà lanciato ieri dagli azzurri: «Il centrodestra non è un’accozzaglia come il campo largo», sancisce Stefania Craxi, la capogruppo in Senato voluta da Marina Berlusconi. «Il punto è: esistono convergenze tra noi e Vannacci? Penso alle coordinate internazionali dell’Italia, euro-atlantismo senza tentennamenti né subalternità, sostegno all’Ucraina... Allo stato, io convergenze non ne ve…
ROMA – Per mesi è stato trattato come una scheggia impazzita. Oggi, invece, Roberto Vannacci è diventato un problema politico strutturale per tutta la maggioranza.
Una spina nel fianco non più solo della Lega, da cui è uscito a inizio anno dopo una lunga guerra interna. Ma anche di Giorgia Meloni, che vede affacciarsi il primo competitor a destra capace di contendere a FdI il monopolio della rappresentanza sovranista, identitaria, anti-establishment. E soprattutto di Forza Italia, preoccupata che un suo eventuale ingresso in coalizione possa spostarne l’asse su posizioni estremiste.
Così si spiega l’altolà lanciato ieri dagli azzurri: «Il centrodestra non è un’accozzaglia come il campo largo», sancisce Stefania Craxi, la capogruppo in Senato voluta da Marina Berlusconi. «Il punto è: esistono convergenze tra noi e Vannacci? Penso alle coordinate internazionali dell’Italia, euro-atlantismo senza tentennamenti né subalternità, sostegno all’Ucraina... Allo stato, io convergenze non ne vedo». Chiaro il messaggio: va bene tutto, ma non ci si può vendere l’anima per qualche percentuale in più. Esattamente la questione che agita pure i meloniani alle prese con il varo della nuova legge elettorale. L’ex generale, infatti, rischia di risultare decisivo con qualunque sistema di voto: attestato tra il 4 e il 5%, alcuni sondaggisti danno ormai Futuro nazionale a ridosso del Carroccio. Facendone un alleato quasi obbligato per la compagine di governo che intende confermarsi alle prossime Politiche.
Lui lo sa e ha messo in campo la sua strategia, tutta all’attacco della maggioranza. Obiettivo, prosciugare il bacino elettorale di Meloni e Salvini: popolato di conservatori, sovranisti, arrabbiati con Bruxelles, ostili all’immigrazione e diffidenti verso le élite tradizionali, che FdI aveva quasi interamente assorbito dopo il 2022 e ora potrebbero essere attratti da un’offerta ancora più radicale.
Una manovra contrastata innanzitutto dal Carroccio che — già consumato da un mini-esodo di parlamentari e amministratori — teme di finire divorato. «Il compagno Vannacci è il migliore alleato della sinistra», avverte il sottosegretario lumbàrd Alessandro Morelli: «Il suo annuncio che Fn presenterà un proprio candidato sindaco a Milano nel ‘27 dimostra quanto e come stia lavorando per il Pd, i 5S e il campo largo, dividendo i voti del centrodestra». E anche FdI, sebbene per ragioni diverse, appare critico: «Contesto una parte della narrazione del generale, la vera destra c’è già ed è Fratelli d’Italia, l’operazione l’ha fatta Meloni», rivendica Carlo Fidanza.
Da qui le barricate alzate da Forza Italia. Convinta dell’insidia rappresentata da Vannacci, che rischia di trasformarsi in una sorta di correttore ideologico della coalizione, da lui accusata di essere troppo prudente su immigrazione, Europa, guerra in Ucraina, diritti civili e identità nazionale. Lo ribadisce il portavoce azzurro Raffaele Nevi: «Per allearsi ci vuole una compatibilità programmatica sulle questioni valoriali e sulla politica estera che sono fondamentali per la credibilità del Paese. Questo è per noi un principio inderogabile».
Non è allora un caso se nelle ultime settimane Via della Scrofa ha ricominciato a battere sui temi identitari: sicurezza, immigrazione, natalità, difesa dei confini e patriottismo. Un modo per impedire all’ex generale di intestarseli in esclusiva. In attesa di capire se Fn è un fenomeno duraturo o l’ennesima meteora. Perché se così non fosse, lo sbarramento potrebbe cedere. Ma per FI sarebbe un bel problema.