Visti dalle transenne dove la folla si ferma con i bambini per il rombo delle Frecce, osservati dagli spalti dove il Palazzo dispiega riti e relazioni, la star è più che mai il presidente. L’affetto di popolo avvolge Sergio Mattarella ogni volta che il Capo dello Stato costeggia le transenne, «auguri presidente» si sbracciano le signore con gli occhialoni neri, «sei il più avanti in questi 80 anni», lui si volta dalla Lancia Flaminia, è un attimo, sono due studentesse generazione Z ad avergli strappato un sorriso. In compenso Giorgia Meloni, applaudita mentre prende posto accanto alle altre autorità, è una e bina.
C’è la premier che ai Fori Imperiali celebra la festa del 2 giugno come «un cammino fondato su storie di sacrificio, coraggio, solidarietà», chiedendo al Paese anche «responsabilità» oltre che «l’orgoglio» di «lasciare questo patrimonio alle generazioni future». E poi c’è la Giorgia che emerge come leader solitaria, una “visione”, anzi il “sogno” nel cortometraggio prodotto …
Visti dalle transenne dove la folla si ferma con i bambini per il rombo delle Frecce, osservati dagli spalti dove il Palazzo dispiega riti e relazioni, la star è più che mai il presidente. L’affetto di popolo avvolge Sergio Mattarella ogni volta che il Capo dello Stato costeggia le transenne, «auguri presidente» si sbracciano le signore con gli occhialoni neri, «sei il più avanti in questi 80 anni», lui si volta dalla Lancia Flaminia, è un attimo, sono due studentesse generazione Z ad avergli strappato un sorriso. In compenso Giorgia Meloni, applaudita mentre prende posto accanto alle altre autorità, è una e bina.
C’è la premier che ai Fori Imperiali celebra la festa del 2 giugno come «un cammino fondato su storie di sacrificio, coraggio, solidarietà», chiedendo al Paese anche «responsabilità» oltre che «l’orgoglio» di «lasciare questo patrimonio alle generazioni future». E poi c’è la Giorgia che emerge come leader solitaria, una “visione”, anzi il “sogno” nel cortometraggio prodotto da FdI e ambientato nel ‘46, sul primo voto delle donne. In tribuna d’onore, tuttavia, è una (relativa) notizia solo il leader Salvini che, anche quest’anno, non c’è. «Almeno non ha sferrato attacchi al Quirinale e al 2 giugno», la battuta di un big azzurro, riferendosi alle esternazioni, datate 2024, del capo del Carroccio. L’assenza non piace comunque al presidente del Senato, La Russa: «Ognuno è dove vuole. Mi spiace per chi non partecipa. Non ho visto Salvini, ma non ho visto altri, i capigruppi d’opposizione, a parte Iv». E non è gradita neanche da Tajani, che prima stigmatizza «Domandate a lui, è un peccato quando si manca». Poi scivola sulla gaffe: «Non c’erano neanche Conte e Schlein». Non ricordando che nel protocollo della Difesa non è previsto l’invito per i leader di partito, ma solo per gli esponenti istituzionali.
La mancanza dell’alleato non preoccupa certo Meloni, che comunque chiede di salvare la forma, oltre al rispetto che si deve al Capo dello Stato e ai simboli «della patria». Non a caso il Salvini tormentato dalla primavera in ascesa di Vannacci deve far girare, poco dopo, una nota (a metà tra il timbro di stakanovista e la giustifica scolastica). «Il ministro ha passato tutta la mattinata al lavoro, su trasporti e opere pubbliche da completare, Pnrr in primis. Con l’obiettivo, fra gli altri, di evitare lo sciopero dei ferrovieri per il prossimo 11 giugno», fanno sapere dal Mit.
Suona un’altra campana, lontano dalle polemiche, la segretaria Pd, Elly Schlein: la festa della Repubblica, è «attuare fino in fondo i principi della Costituzione, renderli vivi in ogni scelta, dare risposte concrete per ridurre le disuguaglianze, contrastare le ingiustizie». È più o meno quello che chiedono i sindaci di ogni colore, il presidente dell’Anci Gaetano Manfredi in testa, ad aprire il corteo. «Più risorse, più sostegno ai Comuni che sono il primo presidio di democrazia sui territori: dove i divari sono aumentati – spiega Manfredi a Repubblica – e viviamo due distinti e gravi problemi: da un lato lo spopolamento delle aree interne, dall’altro un enrome disagio giovanile». Concetti non adatti alla sfilata.
Va, tutt’intorno, il sottofondo del 2 giugno: Bocelli canta l’inno nazionale e lo speaker illustra reparti, droni e automi militari che sembrano mega-giocattoli a incantare i ragazzi e nei territori di guerra lasciano scie di sangue, il tricolore da 2mila metri quadri che si espande su tutto il Colosseo, mentre resta confinato lo striscione di sei metri, firmato Exintion Ribellion: “Ripudiare la guerra, difendere la terra”. La complessa regia di donne uomini e mezzi, per 5500 protagonisti, è andata in porto tra ola e milioni di selfie. Solo appena sottotono quest’anno: dopo i cavalli imbizzarriti, i feriti, anche il cane Briciola, storica mascotte dell’Arma era all’ultimo giro, va in pensione, arrivederci parata.