L’eurodeputata Ilaria Salis ha rilanciato martedì la vecchia polemica che la parata del 2 giugno andrebbe abolita. È una opinione che affiora di tanto in tanto, rispettabile ma assai discutibile. La Costituzione detta all’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Dunque, ripudio della guerra ma alle condizioni subito precisate nel testo. Non a caso Donald Trump ha di recente ripristinato la vecchia dizione ministero della Guerra. Nella nostra Repubblica democratica la definizione in linea con il dettato costituzionale è invece ministero della Difesa.
A conferma, l’articolo 52 della stessa Costituzione aggiunge con parole di particolare solennità: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Patria, dovere sacro, cittadino, credo di poter dire che s’intravedono qui i principi del 1789, quasi una religiosità laica. La stessa per la quale il monumento romano d…
L’eurodeputata Ilaria Salis ha rilanciato martedì la vecchia polemica che la parata del 2 giugno andrebbe abolita. È una opinione che affiora di tanto in tanto, rispettabile ma assai discutibile. La Costituzione detta all’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Dunque, ripudio della guerra ma alle condizioni subito precisate nel testo. Non a caso Donald Trump ha di recente ripristinato la vecchia dizione ministero della Guerra. Nella nostra Repubblica democratica la definizione in linea con il dettato costituzionale è invece ministero della Difesa.
A conferma, l’articolo 52 della stessa Costituzione aggiunge con parole di particolare solennità: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. Patria, dovere sacro, cittadino, credo di poter dire che s’intravedono qui i principi del 1789, quasi una religiosità laica. La stessa per la quale il monumento romano dedicato al Milite ignoto è detto Altare della Patria contrapposto, nelle intenzioni di chi lo volle dopo la raggiunta unità nazionale, all’altro altare, quello di san Pietro simbolo possente di una religione. Lo stesso articolo 52 precisa poi al terzo comma: “L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”. Così è stato in questi 80 anni di vita repubblicana. Qualche tentativo, un po’ goffo per la verità, di impiegare reparti delle forze armate a fini eversivi è stato sventato con relativa facilità proprio perché nel loro complesso gli organismi erano sani.
Vero che la parata di martedì 2 comprendeva reparti delle varie armi, droni di ultima generazione, mezzi atti ad offendere. Se vogliamo assicurare la difesa del territorio è necessario che le armi ci siano, tanto più in un momento in cui lo scudo americano ha ridotto la sua portata e la vecchia Europa deve fare un po’ da sola. Chi l’ha vista davvero la parata ha però potuto constatare che accanto ai reparti militari, c’erano sindaci, Croce rossa e crocerossine, vigili del fuoco, cani addestrati alla ricerca sotto le macerie, volontari della protezione civile, veterani e invalidi, i fanti nelle vecchie uniformi del ’15-‘18, quei corpi di forte radicamento popolare che sono gli alpini soprattutto nelle regioni settentrionali e i bersaglieri a Roma. Nulla di minaccioso, nulla di ostentato anche perché una media potenza mediterranea come l’Italia non avrebbe granché da ostentare nella situazione data. Quelle che sfilavano erano le varie articolazioni di un paese che interviene nelle zone di guerra con compiti di mantenimento delle tante effimere tregue, uomini e donne che si prodigano in patria quando una sciagura, un’alluvione, un terremoto mette a repentaglio vite e beni. La posizione dell’eurodeputata Salis si spiega solo in base a una collocazione ideologica che scansa tutte queste considerazioni, la stessa realtà dei fatti, per rifarsi ad un archetipo astratto — e pericoloso.
Qui veniamo all’aspetto propriamente politico della questione. Immagino che nel ribadire il suo rifiuto, l’onorevole Salis si sia sentita investita da quella purità di sinistra che non riguarda solo la parata del 2 giugno. Dopo il crollo del fascismo e la riconquistata democrazia, la sinistra italiana, compresa quella democratica, ha permesso che troppi temi diventassero un monopolio della destra. L’amor di patria, il valore militare (Cefalonia, El Alamein), i profughi istriani, le vittime delle foibe. C’è voluta l’energica azione del presidente Ciampi perché si cominciasse a porre rimedio ad alcuni di questi errori. Si è trattato in ogni caso di errori gravi perché esiste nel paese un sentimento di appartenenza che la destra, in particolare quella neofascista, declina in termini di sovranismo nazionalista e che presenta invece aspetti perfettamente compatibili con una visione democratica e repubblicana. Se ne resero conto i padri e le madri costituenti nel 1947, a pochi mesi dalla caduta del fascismo, a tanto maggior ragione dovremmo esserne consapevoli noi, ottant’anni dopo.
Le forze armate sono fatte da uomini e donne che servono il paese nei momenti dell’emergenza e del pericolo, ricacciarli per indifferenza o pregiudizio ideologico tra le braccia della destra neofascista è uno di quegli atti che paiono dettati solo da accecamento ideologico.
Assistendo alle celebrazioni dell’ottantesimo anniversario risultava evidente quanto la liturgia di Stato assomigli a quella religiosa. Qui i riferimenti sono la divinità, il richiamo al sacro, l’ineffabile dei misteri divini. Nella ritualità laica compaiono invece i richiami alla bandiera, la solennità dell’inno (ben eseguito sulla piazza del Quirinale). In entrambi i casi compaiono uniformi, copricapi, formule, saluti rituali. C’è infatti, in un caso e nell’altro, un concentrato di senso. Una bandiera non è altro in fondo che un pezzo stoffa colorata, un inno non è che una marcetta, talvolta musicalmente mediocre, li rende unici la loro carica simbolica. La forza dei simboli è uno degli elementi che tengono insieme un paese, pensare di poterne fare a meno è storicamente sbagliato, politicamente rischioso.